Diplomazia in movimento, conflitti in accelerazione. Dai droni sull’Ucraina alla repressione in Iran, la paura come strumento di potere.
I fronti ucraino e iraniano sembrano muoversi su binari paralleli che raramente si incontrano con quelli della diplomazia. Da un lato una guerra convenzionale che si estende ben oltre il campo di battaglia, dall’altro una repressione interna che utilizza il diritto come strumento di controllo politico. In entrambi i casi, il filo conduttore è la costruzione del nemico: il colpevole da individuare, isolare e neutralizzare. Il tutto mentre, almeno formalmente, sono in corso colloqui che dovrebbero favorire una fase di distensione.
Nel conflitto tra Russia e Ucraina, la guerra non si combatte solo al fronte. Accanto alle operazioni militari si sviluppa una dimensione giudiziaria e informativa fatta di arresti, processi per spionaggio, accuse di collaborazionismo e confessioni. La caccia al colpevole diventa parte integrante dello sforzo bellico: serve a rafforzare il controllo interno, a legittimare la prosecuzione del conflitto e a trasmettere l’idea di una minaccia costante, interna ed esterna.
Questa logica si riflette anche sul piano militare. L’impiego sistematico dei droni Shahed contro infrastrutture energetiche e centri abitati ha trasformato la guerra in un’esperienza quotidiana per milioni di civili. Colpire l’energia significa colpire la vita ordinaria, logorare la tenuta sociale e rendere permanente un clima di insicurezza, anche lontano dalle linee del fronte. La paura diventa uno strumento operativo, non un effetto collaterale.
Il quadro trova un sorprendente rispecchiamento in Iran, dove la violenza non assume la forma dei bombardamenti ma quella della repressione istituzionalizzata. La condanna della premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi rappresenta il simbolo di un sistema che individua nel dissenso una minaccia da estirpare. Anche qui la logica è identica: individuare il nemico interno, delegittimarlo, punirlo. Il diritto diventa un’arma, la giustizia uno strumento di intimidazione.
Il parallelismo tra i due scenari si chiude proprio sui droni. Gli Shahed che sorvolano l’Ucraina nascono in Iran. Non sono soltanto un sistema d’arma, ma il punto di contatto diretto tra repressione interna e proiezione esterna della forza. La stessa capacità industriale e tecnologica che a Teheran sostiene un apparato repressivo alimenta, a migliaia di chilometri di distanza, una guerra che colpisce civili e infrastrutture critiche. La catena è continua: controllo, produzione, esportazione della violenza.
Tutto questo avviene in un momento che, almeno sulla carta, dovrebbe essere diverso. Sul fronte russo-ucraino proseguono tentativi di mediazione con il coinvolgimento degli Stati Uniti, mentre sono in corso colloqui diretti tra Washington e Teheran per affrontare la questione nucleare e altri dossier strategici. Un contesto che, nelle intenzioni, dovrebbe favorire una riduzione delle tensioni.
Eppure la realtà racconta altro. Mentre i tavoli negoziali restano aperti e il linguaggio diplomatico continua a evocare spiragli di soluzione, sul terreno la violenza non rallenta. I droni continuano a colpire, le pene detentive si allungano, gli apparati repressivi si rafforzano. La pace viene richiamata come obiettivo, ma resta confinata alle parole, sempre più lontana dai fatti.
È in questo scarto che si misura la fragilità del momento attuale. Ucraina e Iran non appaiono come crisi separate, ma come capitoli diversi di un unico quadro di instabilità, in cui la diplomazia fatica a tenere il passo con dinamiche di potere fondate sulla forza e sulla paura. E forse, per una volta, si vorrebbe che le parole pronunciate nei palazzi riuscissero davvero a fermare ciò che, oggi, continua a muoversi molto più velocemente.




