TRA UNIVERSITÀ IMPAGABILI, CASE INACCESSIBILI, IA CHE RUBA IL LAVORO E SIMPATIE PRO-PALESTINA, IL “SOCIALISMO ALL’AMERICANA” SEDUCE GLI UNDER 30. MA PIÙ I DEMOCRATICI INSEGUONO I RADICALI, PIÙ I MODERATI GUARDANO ALTROVE
Per decenni il socialismo americano è stato un vezzo da campus: professori con la barba, studenti militanti, intellettuali della East Coast, star di Hollywood e salotti progressisti. Molto rumore, poca sostanza elettorale.
Oggi, però, qualcosa è cambiato. I Democratic Socialists of America (DSA) non sono più un club di nostalgici, ma una corrente capace di vincere primarie, conquistare candidature e spostare l’asse del Partito Democratico.
Da New York al Michigan, passando per Seattle e il Colorado, emerge una nuova generazione di leader che parla il linguaggio della Gen Z: debiti universitari, affitti fuori controllo, stipendi insufficienti, paura che l’intelligenza artificiale renda inutile la laurea appena conquistata.
Il volto simbolo è Zohran Mamdani, ma dietro di lui cresce un’intera classe dirigente che affianca figure ormai storiche come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez.
Il dato che inquieta gli strateghi democratici è semplice: i candidati socialisti dominano tra gli under 30 e perdono consenso man mano che aumenta l’età degli elettori. È una frattura generazionale che rischia di trasformarsi in una voragine politica.
Secondo il Cato Institute, sei giovani americani su dieci tra i 18 e i 29 anni guardano con favore al socialismo. Ma dietro quella parola convivono significati molto diversi. Per alcuni significa semplicemente sanità pubblica più efficiente, università meno costose e maggiori tutele sociali. Per altri è un rifiuto del capitalismo così come è stato conosciuto finora.
A fare da collante, più che un progetto politico coerente, è il malessere di una generazione che si sente tradita. Studiare costa sempre di più, comprare casa è diventato un lusso e perfino le professioni qualificate sembrano minacciate dall’intelligenza artificiale.
Sul piano internazionale il copione si ripete. Tra i giovani democratici prevalgono le simpatie per la causa palestinese, mentre una parte consistente della nuova sinistra spinge su immigrazione senza restrizioni, drastica riduzione del ruolo delle forze dell’ordine e politiche identitarie sempre più radicali.
Ed è qui che iniziano i problemi.
Perché una cosa è vincere le primarie democratiche, dove vota l’elettorato più ideologizzato. Un’altra è conquistare gli Stati in bilico che decidono le elezioni presidenziali.
Molti osservatori vedono un inquietante parallelo con ciò che accadde ai Repubblicani nel 2016: Donald Trump conquistò il partito cavalcando il malcontento della base contro l’establishment. Oggi il Partito Democratico rischia di vivere la stessa dinamica, ma speculare: non con il populismo conservatore, bensì con il socialismo generazionale.
Il dilemma è evidente. Se i dirigenti democratici seguono la nuova sinistra, rischiano di spaventare il centro moderato. Se cercano di arginarla, potrebbero perdere proprio quella generazione che rappresenta il futuro elettorale del partito.
Come ricorda l’ex stratega repubblicano Karl Rove, Bill Clinton nel 1992 conquistò la Casa Bianca prendendo pubblicamente le distanze dagli estremismi della propria area politica. Oggi, nel Partito Democratico, nessuno sembra disposto a interpretare quel ruolo.
E così il partito dell’asinello si ritrova davanti a un bivio: inseguire l’entusiasmo della Generazione Z o rassicurare quell’America moderata che continua, piaccia o no, a decidere chi entra alla Casa Bianca.




