Dalla guerra russo-ucraina alla strategia per l’Europa, da Maduro alla Fed: cosa emerge davvero dalla lunga intervista del presidente USA a POLITICO.
POLITICO: Trump, figura più influente per l’Europa nel 2025
POLITICO ha inserito Donald Trump in cima alla lista annuale “POLITICO 28” come figura più influente per l’Europa nel 2025, rompendo per la prima volta la tradizione di scegliere un leader europeo.
Nell’intervista alla giornalista Dasha Burns – realizzata alla Casa Bianca l’8 dicembre – Trump abbraccia pienamente questo ruolo: rivendica di “plasmare” NATO, guerra in Ucraina, equilibri politici interni europei e persino le dinamiche migratorie del continente.
Il risultato è un quadro coerente con il suo marchio politico: America First, Europa come teatro da spingere verso una “correzione di rotta”, priorità assoluta al controllo di confini e flussi migratori.
Ucraina: “Russia in vantaggio, Zelensky deve leggere la proposta”
Per Trump, la guerra in Ucraina resta “il” tema centrale in Europa. Il presidente:
- ribadisce che la Russia è in posizione di forza (“È un Paese molto più grande, alla fine la dimensione vince quasi sempre”);
- sostiene che il conflitto “non sarebbe mai iniziato” se lui fosse rimasto alla Casa Bianca;
- afferma che il suo team ha lavorato a più bozze di un piano di pace, descritto come “molto apprezzato” dai collaboratori di Zelensky, ma che il presidente ucraino “non avrebbe ancora trovato il tempo di leggerlo”.
Trump invita esplicitamente Kyiv a tenere elezioni, accusando le autorità ucraine di usare la guerra come pretesto per rinviarle e mettendo in dubbio la qualità democratica del sistema.
Sul fronte europeo, l’attacco è diretto: secondo Trump i governi UE “parlano troppo e producono poco”, non sarebbero efficaci né nel sostegno militare né nel guidare una strategia coerente. La guerra viene definita “non mia, ma di Joe Biden”, mentre il suo coinvolgimento viene giustificato solo in chiave umanitaria: “odio vedere morire giovani soldati”.
Nuova strategia USA per l’Europa: migrazione, “decadenza” e NATO
Uno dei passaggi più delicati per le capitali europee riguarda la nuova strategia di sicurezza nazionale varata da Washington, che – ricorda la giornalista – prevede fra i pilastri l’idea di “coltivare resistenza alla traiettoria attuale dell’Europa dall’interno dei Paesi europei”.
Trump non rinnega l’impostazione, anzi la radica in una lettura netta:
- Europa come spazio “in via di indebolimento strutturale”, soprattutto per effetto delle politiche migratorie;
- grandi città simbolo – Parigi, Londra, Stoccolma, Berlino – descritte come profondamente cambiate e meno sicure;
- migrazione di massa non gestita come fattore di trasformazione irreversibile delle identità nazionali e degli equilibri politici interni.
Il presidente arriva a definire Londra “una città diversa”, attribuendone la responsabilità al sindaco Sadiq Khan, da lui dipinto come “un pessimo sindaco, incompetente”. La critica si estende alla Svezia, passata – secondo la sua narrazione – da Paese simbolo di sicurezza a realtà “molto meno sicura”.
Sul versante politico, Trump rivendica il suo ruolo di king-maker:
- ricorda le endorsement a Viktor Orbán in Ungheria e al presidente argentino Milei,
- ammette di prendere posizione a favore di leader che molti europei non apprezzano,
- si presenta come interlocutore privilegiato di figure “difficili” per NATO, come Recep Tayyip Erdoğan, con cui afferma di risolvere crisi “in pochi minuti” al telefono.
Non manca il passaggio provocatorio su Alleanza Atlantica:
“NATO mi chiama Daddy”,
dice, attribuendosi il merito di aver imposto maggiori contributi ai Paesi alleati, fino al “5% del PIL” a suo dire.
NATO, allargamento e Ucraina fuori dall’Alleanza
Sul futuro della NATO, Trump non annuncia una linea di rottura formale ma manda segnali chiari:
- ricorda che “da molto prima di Putin” c’era un’intesa implicita sul fatto che l’Ucraina non sarebbe entrata nella NATO;
- critica Zelensky per aver chiesto al Cremlino, al primo incontro, sia la restituzione della Crimea sia l’ingresso nell’Alleanza, giudicando la mossa provocatoria;
- non esclude il valore di nuovi membri come la Svezia, ma sottolinea le difficoltà di gestione interna dell’Alleanza e il ruolo “spigoloso” di attori come la Turchia.
Il messaggio implicito a europei e ucraini è chiaro: non bisogna spingersi troppo oltre sulle promesse di integrazione euro-atlantica, soprattutto quando l’interlocutore è Mosca.
Venezuela, Maduro e “guerra alla droga”
L’altra grande arena su cui Trump rivendica il proprio attivismo è il Venezuela.
Durante l’intervista:
- definisce Nicolás Maduro un leader con “i giorni contati”;
- non esclude apertamente l’uso della forza, ma rifiuta di discutere piani militari nel dettaglio;
- collega il dossier Venezuela alla lotta ai cartelli della droga, ai flussi di migranti irregolari e ai traffici via mare verso gli Stati Uniti.
La stessa logica è applicata all’operazione navale contro i “boat dei narcos”, al centro di un dibattito interno negli USA per una controversa seconda detonazione contro un’imbarcazione già colpita: Trump difende l’azione, sostiene che ogni barca distrutta “salva 25.000 vite americane” e afferma che i flussi di droga via mare sarebbero “crollati del 92%”.
Economia: “A++”, tariffe e guerra ai tassi
Sul piano interno, Trump assegna alla propria economia un voto “A-plus-plus-plus”.
La narrazione è centrata su alcuni pilastri:
- Tariffe come motore di re-industrializzazione: dichiara che grazie ai dazi gli USA avrebbero attirato “18 trilioni di dollari” di investimenti, riportato in patria l’industria automobilistica e rilanciato il settore dei semiconduttori.
- Fed nel mirino: accusa l’attuale presidente della Federal Reserve di essere ostile e poco competente, e dichiara che il criterio chiave per il futuro numero uno della Fed sarà la riduzione dei tassi di interesse.
- Energia e inflazione: rivendica il calo dei prezzi dei carburanti rispetto al picco precedente al suo insediamento e promette ulteriori interventi – anche tramite “carve-out” tariffari mirati – per ridurre i costi di beni come caffè, banane, carne.
Quando la giornalista cita una sua sostenitrice che lamenta costi in crescita più rapidi dei salari, Trump risponde ricordando “il disastro ereditato” e insiste sul fatto che la traiettoria ora sarebbe discendente per prezzi e bollette.
Sanità e Obamacare: soldi agli individui, non alle compagnie
Sul capitolo sanità, l’impostazione è radicale:
- definisce Obamacare un sistema pensato per arricchire le compagnie assicurative,
- sostiene che i loro utili sarebbero cresciuti in modo esponenziale,
- propone una riforma in cui lo Stato smetta di finanziare le assicurazioni e sposti direttamente le risorse ai cittadini, lasciando che siano loro ad acquistare il proprio piano sanitario sul mercato.
Di fronte alla domanda sull’imminente scadenza delle sovvenzioni Obamacare, Trump non si impegna apertamente a prorogarle, ma ribadisce che l’obiettivo è un sistema “migliore e più economico” in cui sia il cittadino, e non l’intermediario, a ricevere i fondi pubblici.
Migrazione, Papa e cittadinanza per nascita
L’immigrazione resta lo snodo identitario del trumpismo e nell’intervista lo si vede chiaramente:
- rivendica di aver “azzerato” gli ingressi irregolari, limitandoli alle sole vie legali;
- difende la costruzione del muro al confine con il Messico;
- liquida come irrilevanti, o non conosciute, le critiche di Papa Francesco, pur dichiarandosi disponibile a incontrarlo;
- contrappone una migrazione “buona” (produttiva, come quella di molti venezuelani in Florida) a una migrazione “cattiva” (Somalia, altri Paesi africani), in termini esplicitamente politici e culturali.
Sul piano giuridico, il punto più sensibile riguarda il caso sulla birthright citizenship davanti alla Corte Suprema:
- Trump sostiene che il principio di cittadinanza per nascita fosse stato concepito solo per i figli degli schiavi dopo la Guerra Civile, e non per chi arriva oggi negli USA “per far nascere un figlio e ottenere la cittadinanza per tutta la famiglia”;
- definisce potenzialmente “devastante” per gli Stati Uniti una sconfitta davanti alla Corte;
- evita di dire se, in caso di vittoria, proverà a revocare la cittadinanza a chi già la possiede, ammettendo di non averci “ancora pensato”.
Corte Suprema e futuro del Partito Repubblicano
Interrogato sul futuro della Corte Suprema, Trump:
- difende i giudici conservatori Clarence Thomas e Samuel Alito,
- attacca l’idea democratica di “riempire” la Corte fino a 21 giudici, considerandola pericolosa per l’equilibrio costituzionale.
Sulla successione alla guida del GOP, il presidente dice di “sperare” che emerga qualcuno capace di tenere insieme la coalizione che lui ha costruito, ma ammette che finché un leader non viene testato “nell’acqua” non si può sapere se sa nuotare. Intanto rivendica di avere oggi un “gabinetto migliore del primo mandato”, forte dell’esperienza accumulata a Washington.
Cosa significa per l’Europa
Al di là delle formule colorite e delle iperboli, dall’intervista emergono alcune linee costanti che interessano direttamente le capitali europee:
- Ucraina come banco di prova
Trump vede Mosca in vantaggio e non sembra disposto a sostenere una guerra di logoramento “fino alla vittoria ucraina”. Il suo messaggio a Kyiv – leggere e considerare seriamente la proposta di pace – e a Bruxelles – “meno parole, più risultati” – indica che la finestra per un compromesso potrebbe chiudersi, ma non in direzione auspicata da molti governi UE. - Europa come “problema migratorio” prima che partner strategico
L’ossessione per l’immigrazione e la narrativa sulla “decadenza” di città e Stati europei fanno pensare a una relazione transatlantica più condizionata da sicurezza interna, confini e identità che da valori condivisi e multilateralismo. - NATO, ma a modo suo
Trump non attacca frontalmente l’Alleanza, ma la usa come prova della sua capacità negoziale (“NATO mi chiama Daddy”) e come leva per chiedere più spesa. L’allargamento e il rapporto con partner “difficili” come Turchia restano terreno fluido, in cui Washington può oscillare rapidamente. - Pressione politica dall’esterno
L’idea di “coltivare resistenza” alla traiettoria europea dall’interno, unita alle endorsement a leader come Orbán, indica che la Casa Bianca non si limiterà a osservare le dinamiche politiche europee, ma cercherà di orientarle.
Per l’Europa, l’intervista a POLITICO offre quindi non solo un ritratto del personaggio, ma una sorta di mappa mentale:
un presidente americano convinto di essere l’unico a poter chiudere la guerra in Ucraina, persuaso che l’Europa stia scivolando verso l’irrilevanza e intenzionato a usare tutti gli strumenti – diplomatici, economici, comunicativi – per riportare al centro la propria agenda: America First, anche quando si parla di Europa.
Fonte: Politico



