In una regione già attraversata da tensioni strutturali, lo Yemen sta diventando il punto di rottura più grave nei rapporti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Le ultime ore hanno segnato un’escalation senza precedenti tra accuse incrociate, operazioni militari dirette e rottura di accordi sulla sicurezza.
Non si tratta più di divergenze tattiche coperte dal linguaggio della diplomazia. Lo scontro è ormai pubblico e rischia di trasformare lo Yemen nel teatro di una crisi regionale più ampia nel Golfo.
Dallo scontro politico all’escalation militare
Il punto di svolta arriva quando l’Arabia Saudita appoggia ufficialmente l’appello del governo yemenita affinché le forze emiratine si ritirino dal Paese entro 24 ore. A stretto giro, Abu Dhabi annuncia l’intenzione di ritirare il proprio contingente residuo, mentre sul terreno la situazione precipita.
Poche ore prima, la coalizione guidata da Riad colpisce il porto di Mukalla, nello Yemen meridionale, sostenendo di aver preso di mira armi e veicoli blindati destinati ai secessionisti del Sud. Contestualmente, il governo yemenita annulla il patto di sicurezza con Abu Dhabi e proclama lo stato d’emergenza.
Una sequenza che segna la rottura più profonda mai registrata tra le due monarchie del Golfo, alleate storiche e partner chiave degli Stati Uniti, ma sempre più divise da competizione economica, rivalità geopolitica e visioni divergenti sui conflitti regionali.
STC e Sud Yemen: l’avanzata che cambia gli equilibri
Al centro della crisi c’è il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati. Nelle ultime settimane, i secessionisti hanno conquistato vaste porzioni dello Yemen meridionale, in particolare nell’Hadramaut, il più grande governatorato del Paese, avanzando quasi senza incontrare resistenza militare.
L’STC controlla ormai quasi integralmente l’area dell’ex Yemen del Sud – Stato indipendente tra il 1967 e il 1990 – inclusi alcuni dei giacimenti petroliferi più produttivi. Un salto di qualità che va oltre la dimensione militare: è una sfida politica diretta all’assetto regionale.
Nonostante Abu Dhabi continui a negare un coinvolgimento diretto, appare difficile immaginare un’operazione di tale portata senza una forma di benedizione emiratina. Per Riad, questo è il segnale definitivo che l’alleanza sul dossier yemenita si è spezzata.
Anti-Houthi sì, ma con strategie incompatibili
Arabia Saudita ed Emirati restano formalmente uniti nell’opposizione agli Houthi, sostenuti dall’Iran. Ma combattono due guerre diverse.
Arabia Saudita
- considera gli Houthi una minaccia esistenziale;
- teme missili, droni e instabilità al confine meridionale;
- punta a uno Yemen formalmente unitario, anche se fragile.
Una secessione del Sud è vista come un moltiplicatore di instabilità.
Emirati Arabi Uniti
- restano ostili agli Houthi, ma li considerano una minaccia secondaria;
- privilegiano il controllo del Sud Yemen;
- mirano alla sicurezza dei porti e delle rotte marittime: Aden, Mukalla, Bab el-Mandeb, Golfo di Aden.
Per Abu Dhabi, uno Yemen frammentato ma governabile è preferibile a uno Stato unitario debole e ingestibile.
Il paradosso strategico
La competizione tra alleati indebolisce il fronte anti-Houthi
- risorse militari e politiche dirottate sul Sud;
- pressione ridotta sugli Houthi;
- maggiore spazio per minacce asimmetriche nel Mar Rosso.
Verso una nuova crisi nel Golfo?
La frattura si è ulteriormente approfondita attorno all’ipotesi di una dichiarazione di indipendenza di uno Stato meridionale guidato dall’STC. Un’eventualità che l’Arabia Saudita interpreta come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale.
Dopo giorni di tentativi diplomatici falliti, Riad compie un passo senza precedenti, accusando apertamente Abu Dhabi di aver spinto l’STC a condurre operazioni militari lungo i confini meridionali del Regno.
Secondo Ahmed Nagi (International Crisis Group):
«Siamo a un punto di svolta. La vera incognita è fino a che punto i due Paesi riusciranno a trovare un terreno comune. In caso contrario, ci stiamo dirigendo verso una nuova crisi nel Golfo».
Yemen a rischio “sudanizzazione”?
Il ritiro annunciato degli Emirati potrebbe sembrare una de-escalation, ma restano forti dubbi sulla reale volontà di Abu Dhabi di interrompere il sostegno politico e militare all’STC.
La crisi yemenita si intreccia inoltre con le tensioni legate alla guerra civile in Sudan, altro dossier su cui Arabia Saudita ed Emirati si trovano su fronti opposti. Alcuni analisti parlano di un rischio di “sudanizzazione” dello Yemen: frammentazione, guerre per procura, vuoti di sicurezza cronici.
Come osserva Arab News:
«Nello Yemen la posta in gioco è ancora più alta: il Paese si trova su uno dei colli di bottiglia marittimi più vitali al mondo. Qualsiasi vuoto di sicurezza nel Sud esporrebbe questa arteria a shock ripetuti».
Perché conta per Europa e Italia
Il Sud Yemen si affaccia su Bab el-Mandeb, snodo critico tra Mar Rosso e Golfo di Aden.
Per l’Europa – già impegnata nella protezione della navigazione – la sicurezza navale non può sostituire la stabilità politica a terra.
Se lo Yemen meridionale diventa un’arena di competizione permanente:
- il contenimento degli Houthi resterà incompleto;
- le rotte verso Suez e il Mediterraneo resteranno vulnerabili;
- i costi strategici per Europa e Italia diventeranno strutturali.
Conclusione
Lo Yemen non è più soltanto una guerra per procura.
È diventato il banco di prova della rivalità strategica tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, entrambi anti-Houthi ma incapaci di convergere su un progetto politico comune.
Il rischio non è una vittoria immediata di una parte, ma uno Yemen cronicamente frammentato, dove l’instabilità diventa la norma e gli unici veri beneficiari sono gli attori più radicali: Houthi e gruppi jihadisti.




