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Home Analisi & Opinioni

COSÌ, PER CASO?

COSÌ, PER CASO?
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Dall’esplosione mediatica al progetto politico, passando per consenso e organizzazione. Anatomia di un’ascesa improvvisa. Forse sì, forse no.

Un recente articolo di Pagella Politica ha rimesso in successione alcuni passaggi che precedono l’affermazione pubblica e politica di Roberto Vannacci, recuperando circostanze e informazioni emerse nel tempo. Tra queste, la creazione già nel febbraio 2023 di una voce Wikipedia dedicata a Vannacci, il cui autore dichiarò di aver agito “per incarico del diretto interessato”. La pagina divenne pubblica il 9 marzo, oltre cinque mesi prima dell’esplosione mediatica de Il mondo al contrario. È soprattutto la cronologia a renderli interessanti. Perché, quando i fatti vengono ricollocati nell’ordine in cui sono avvenuti, la grande naturalezza con cui sarebbe nato il “fenomeno Vannacci” comincia ad apparire meno naturale.

 

Forse persino troppo perfetta per esserlo.

 

È un po’ come il gioco dell’unire i puntini. All’inizio sulla pagina ci sono soltanto segni sparsi, apparentemente autonomi. Poi si comincia a collegarli e, linea dopo linea, emerge una figura. Non è sempre necessario arrivare all’ultimo punto per intuirne i contorni, ma riconoscerli non basta. Il passaggio successivo è capire che cosa stiamo realmente guardando, senza forzare il disegno per farlo assomigliare a ciò che vorremmo vedere.

 

Ed è qui che diventa importante chiamare le cose con il loro nome. Mele e pere possono stare sullo stesso banco, ma restano prodotti diversi. Il fruttivendolo può attribuire loro il cartellino che preferisce, mentre all’acquirente resta la possibilità di fermarsi all’etichetta oppure guardare ciò che ha realmente davanti.

 

Nel caso Vannacci, l’etichetta propone una storia estremamente semplice. Un generale scrive un libro, viene quasi improvvisamente investito da un’enorme attenzione mediatica, scopre di interpretare il pensiero di una parte degli italiani, raccoglie consenso, entra in politica e infine costruisce un proprio progetto.

 

Una successione lineare, quasi naturale.

 

Ma il disegno che emerge unendo i puntini racconta davvero la stessa cosa?

 

Un progetto politico capace di trasformare in un tempo relativamente breve notorietà personale, consenso elettorale, comunità e ambizione autonoma difficilmente può essere spiegato soltanto con il talento del protagonista e con la capacità, più o meno fortunata, di cavalcare il malcontento.

 

Soprattutto se il protagonista proviene da un mondo nel quale il caso è precisamente ciò che la pianificazione cerca di ridurre.

 

Un militare pianifica partendo dall’obiettivo. Prima di muovere valuta le proprie capacità, le forze disponibili e quelle necessarie, studia il terreno, individua rischi e opportunità, distingue costanti e variabili e predispone alternative. Non può sapere esattamente cosa accadrà, ma deve sapere dove vuole arrivare.

 

E, soprattutto, difficilmente muove se non ritiene di possedere, direttamente o indirettamente, gli strumenti necessari per raggiungere la meta.

 

È forse questo l’elemento che rende meno convincente la rappresentazione di un Vannacci trascinato quasi suo malgrado dagli eventi fino alla politica. La premeditazione, se c’è stata, non deve essere cercata necessariamente nella previsione minuziosa di ogni passaggio successivo. Potrebbe essere molto più semplicemente la premeditazione dell’obiettivo.

 

Perché pianificare non significa conoscere il futuro. Significa conoscere le proprie forze, predisporre quelle mancanti e adattare la manovra alle condizioni che progressivamente si presentano.

 

Vannacci disponeva innanzitutto di un capitale personale. Il grado, la carriera, l’esperienza operativa e l’immagine del generale offrivano una credibilità potenzialmente spendibile presso una parte dell’opinione pubblica sensibile ai temi dell’ordine, della sicurezza, dell’identità e dell’interesse nazionale.

 

Poi arriva lo strumento capace di trasformare un curriculum in un personaggio pubblico. Il mondo al contrario possedeva una caratteristica essenziale: era capace di dividere.

 

E ha diviso.

 

La polarizzazione trasforma persino l’opposizione in energia comunicativa. Chi sostiene diffonde il messaggio, chi contesta contribuisce comunque a renderlo visibile. La polemica alimenta l’esposizione, l’esposizione produce riconoscibilità e la riconoscibilità può diventare appartenenza.

 

Ma un personaggio, da solo, non diventa una macchina politica.

 

Servono organizzazione, relazioni, comunicazione, capacità di leggere le reazioni e persone in grado di trasformare attenzione in consenso e consenso in azione. Utilizzando ancora un linguaggio familiare al mondo militare, servono una componente logistica e una operativa.

 

È qui che la domanda inevitabilmente cambia. Non più soltanto quando Vannacci abbia deciso di entrare in politica, ma quanto di ciò che vediamo possa davvero essere ricondotto all’iniziativa di un solo uomo.

 

Non ci sono elementi per parlare di regie esterne o attribuire ad altri la direzione del progetto. Ma sarebbe altrettanto semplicistico immaginare che una struttura politica possa materializzarsi spontaneamente intorno al suo protagonista.

 

Chi ne ha riconosciuto il potenziale? Chi ha contribuito a trasformare il personaggio in una comunità e quella comunità in organizzazione? Dove termina l’intuizione del protagonista e dove comincia il lavoro di chi ha contribuito a renderla politicamente praticabile?

 

Domande, non risposte. Ma domande che la narrazione dell’uomo solo tende inevitabilmente a lasciare sullo sfondo.

 

Il fenomeno Vannacci, allora, assomiglia forse più a una febbre che a un fulmine.

 

Il fulmine arriva e colpisce. La febbre esplode al termine di un processo. Prima esiste un periodo di incubazione durante il quale fattori differenti interagiscono senza produrre ancora una manifestazione evidente. Poi cambia qualcosa e la temperatura sale. Ciò che sembra essere nato improvvisamente, in realtà, è semplicemente diventato visibile.

 

L’agosto 2023 potrebbe essere stato proprio questo. Non necessariamente l’origine del fenomeno, ma il momento della sua manifestazione.

 

Anche perché il terreno esisteva già. In Europa crescevano forze radicali e populiste capaci di intercettare insicurezza, immigrazione, identità, sfiducia nelle istituzioni e insofferenza verso le élite. Un’onda che non occorreva creare. Bastava saperla navigare.

 

Un meccanismo che l’Italia aveva già sperimentato, con storie e matrici ideologiche profondamente diverse, con Lega e Movimento 5 Stelle. Entrambi hanno attraversato una fase di fortissima espansione del consenso e successivamente un significativo ridimensionamento, coinciso anche con il difficile passaggio dalla forza della protesta alla complessità del governo.

 

Esperienze differenti che oggi trovano però un punto di convergenza nella critica, con posizioni e intensità diverse, al sostegno militare all’Ucraina. Un terreno sul quale incontrano anche Futuro Nazionale e una parte delle forze populiste e radicali europee.

 

Sarà un caso?

 

Forse. Ma quando più coincidenze iniziano a disporsi lungo direttrici simili, vale almeno la pena osservarle prima di archiviarle come episodi indipendenti.

 

L’Italia, tuttavia, presenta una particolarità. La domanda politica proveniente da destra ha consegnato la maggioranza parlamentare a una coalizione che, una volta arrivata al governo, ha dovuto confrontare la propria identità con la concretezza dell’esercizio del potere.

 

Ed è qui che protesta e governo prendono inevitabilmente strade diverse.

 

Governare significa trasformare parole in decisioni, fare i conti con bilanci, alleanze, mercati e rapporti di forza. Significa tutelare l’interesse nazionale confrontandosi con Bruxelles, con la NATO e con partner dai quali dipendono anche sicurezza e capacità economica del Paese.

 

Significa soprattutto fare i conti con una delle grandi costanti della politica italiana del dopoguerra, l’ancoraggio europeo.

 

Si può criticare l’Europa, volerla cambiare e utilizzarne le contraddizioni come terreno di scontro politico. Ma in uno scenario internazionale sempre più caotico, segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, l’Europa continua a rappresentare per l’Italia anche un moltiplicatore di peso. Volente o nolente, è uno degli strumenti che consentono al Paese di non affrontare da solo uno scenario nel quale, isolatamente, sarebbe inevitabilmente più vulnerabile alle pressioni altrui.

 

Ed è proprio nello spazio tra la complessità del governare e la semplicità della protesta che può inserirsi un progetto come quello di Vannacci.

 

Chi governa deve mediare. Chi raccoglie il malcontento può permettersi di non farlo.

 

Torniamo allora ai puntini.

 

Una credibilità professionale già disponibile. Una presenza pubblica precedente all’esplosione mediatica. Un libro capace di polarizzare. Un malcontento già presente. Un contesto europeo favorevole. L’enorme esposizione mediatica. Il passaggio alla politica, il consenso elettorale e infine un progetto autonomo.

 

È davvero soltanto la fortunata successione di una serie di circostanze?

 

La pianificazione militare insegna che non è necessario controllare tutte le variabili. Occorre avere chiaro l’obiettivo, conoscere le forze disponibili, predisporre quelle che mancano e modificare la manovra quando cambia lo scenario.

 

Ed è forse questo il punto centrale.

 

Attribuire tutto esclusivamente alla spontaneità rischia di trasformare una complessa operazione politica nella leggenda di un uomo capace, da solo, di scrivere un libro, intercettare il momento storico, generare un fenomeno mediatico, costruire consenso, organizzarlo e trasformarlo in un progetto politico.

 

Non sappiamo quando Vannacci abbia individuato la meta. Né quante mani abbiano contribuito a tracciare il percorso.

 

Ma più i puntini vengono messi nella loro corretta successione, meno convincente appare l’idea che la figura abbia cominciato a esistere soltanto quando tutti noi abbiamo iniziato a vederla.

 

Forse la domanda non è più se il disegno sia nato per caso.

 

Ma chi abbia tenuto in mano la matita.

 

E se sia sempre stata una sola mano.

 

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