Nel Signore degli Anelli, il Palantír — quello di Tolkien, non quello di Peter Thiel — non mente necessariamente. Ed è proprio questo a renderlo così pericoloso.
Mostra immagini reali, ma non mostra tutta la realtà. Sauron — che forse faceva Vladimir di nome — non ha sempre bisogno di inventare: gli basta selezionare, isolare, ingrandire. Mostrare una parte e lasciare fuori tutto il resto.
Il punto, allora, non è soltanto chiedersi: «È vero ciò che sto vedendo?». Bisogna aggiungere una seconda domanda, forse ancora più importante: «Che cosa non mi stanno mostrando?»
È un meccanismo sorprendentemente contemporaneo. Ed è una delle chiavi attraverso cui leggere la propaganda del Cremlino.
Uno degli argomenti utilizzati dalla Russia per giustificare l’invasione dell’Ucraina è quello della cosiddetta “denazificazione”, formula ripetuta ossessivamente anche sui social italiani, spesso da account che rilanciano in maniera seriale le medesime narrazioni.
L’Ucraina viene così rappresentata non semplicemente come uno dei tanti Paesi nei quali esistono gruppi di estrema destra — solo in Ucraina? — ma come uno Stato nazista. E la guerra viene conseguentemente riscritta come una sorta di prosecuzione della Grande guerra patriottica: ancora una volta la Russia contro il nazismo.
La costruzione propagandistica è efficace proprio perché non nasce necessariamente dal nulla.
Ed è qui che entra in funzione il Palantír.
Si prende un frammento della realtà, lo si ingrandisce fino a riempire tutto lo schermo e lo si trasforma nella rappresentazione dell’intero Paese. Da «in Ucraina hanno combattuto ed esistono gruppi di matrice neonazista» si passa a «l’Ucraina è nazista». E da lì il salto successivo diventa facilissimo: se l’Ucraina è nazista, allora invaderla non significa aggredire uno Stato sovrano, ma “liberarlo”.
Persino le vittime civili finiscono intrappolate dentro questa costruzione. Donne, bambini, anziani che appartengono al Paese aggredito vengono talvolta descritti, da commentatori nostrani ipnotizzati da questa narrazione e pieni di livore sui social, non più come vittime, ma quasi come corresponsabili del presunto “regime” contro cui la Russia starebbe combattendo.
Ed è forse questo uno degli effetti più inquietanti della propaganda: prima si trasforma un Paese in un’etichetta, poi diventa più facile smettere di vedere le persone che lo abitano.
Ma proviamo per un momento ad applicare lo stesso criterio a noi stessi.
L’Italia è il Paese nel quale il fascismo è nato. Il regime fascista entrò in guerra al fianco della Germania nazista e inviò sul fronte orientale contingenti i cui nomi lasciavano poco all’immaginazione, il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) e l’ARMIR (Armata Italiana in Russia), a combattere contro l’Unione Sovietica.
Ancora oggi in Italia esistono organizzazioni, gruppi e singoli che si richiamano, in forme diverse, a quell’eredità politica e simbolica. E oggi, forse più che in passato, certe categorie, parole e nostalgie tornano nel dibattito pubblico anche attraverso figure politiche di grande visibilità. Un certo generale Vannacci, per esempio, sembra talvolta impegnato a rinverdire quelli che considera antichi fasti.
Dunque?
Dovremmo concludere che l’Italia è oggi uno Stato fascista?
E, soprattutto, se qualcuno decidesse di definirci tali, sarebbe autorizzato a fare un salto da noi per “defascistizzarci”?
Ecco il cortocircuito.
Perché, seguendo quella logica, sarebbe sufficiente individuare in qualsiasi Paese una componente estremista, ingrandirla abbastanza e trasformarla nell’identità di un’intera nazione. Dopodiché, costruito il mostro, diventa molto più semplice giustificare ciò che gli si fa.
La propaganda più efficace, infatti, spesso non inventa: seleziona.
Un fatto vero, privato delle proporzioni e del contesto, può servire a costruire una storia falsa.
Per questo, alla domanda «È vero ciò che vedo?», bisognerebbe sempre affiancarne un’altra:
«Cosa non mi stanno mostrando?»
Perché oggi il Palantír non è più una pietra custodita in una torre lontana.
È uno schermo che portiamo tutti in tasca. E che guardiamo ogni giorno.




