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Home Analisi & Opinioni

FAR WEST? NOT SO FAR

FAR WEST? NOT SO FAR
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Cronache di ordinaria violenza, dove il confine tra rabbia e ferocia sembra farsi sempre più sottile.

Un bracciante picchiato e accoltellato. Un anziano ridotto in gravi condizioni da un gruppo di ragazzini dopo un semplice rimprovero. Un diciottenne in fin di vita per una bottigliata durante una lite. Una donna violentata a Ferragosto.

Storie diverse che, una accanto all’altra, compongono ormai quello che sembra un bollettino di guerra quotidiano. E il fronte non è lontano: sono le nostre città, le nostre strade, i luoghi in cui viviamo.

La violenza è entrata prepotentemente nella quotidianità e ciò che inquieta non è soltanto la frequenza degli episodi, ma la sproporzione tra ciò che li scatena e le loro conseguenze.

Un rimprovero, uno sguardo, un pallone che disturba, una precedenza contestata, un diverbio tra un ciclista e un automobilista possono diventare il pretesto per picchiare, accoltellare, investire, perfino infierire su chi è già a terra.

Sembra essersi perso il senso del limite, quello che separa la rabbia dalla violenza e che dovrebbe ricordarci che davanti abbiamo un’altra persona e che la sua vita non è nella nostra disponibilità.

È un problema che riguarda soprattutto i giovani, ma sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità alle nuove generazioni, alle famiglie o genericamente alla società.

Anche i modelli che proponiamo hanno un peso: quando la trasgressione, la prepotenza e persino i guai con la giustizia rischiano di diventare elementi di fascino e notorietà, fino a trasformare certi personaggi in idoli, è necessario interrogarsi sul messaggio che stiamo trasmettendo.

Comprendere il disagio sociale, la fragilità familiare, la povertà educativa o l’emarginazione è indispensabile per prevenire, ma comprendere non può significare giustificare tutto.

Arriva un momento in cui esiste una responsabilità individuale: si sceglie se fermarsi o colpire, se discutere o estrarre un coltello, se allontanarsi o infierire.

Non è sempre colpa della società, non è sempre colpa dei genitori e non può esserci sempre un’attenuante pronta a trasformare chi commette violenza in una vittima delle circostanze.

Educare resta fondamentale, ma educare e punire non sono concetti incompatibili.

Quando l’educazione al rispetto e alla convivenza fallisce e il limite viene consapevolmente oltrepassato, devono esserci conseguenze certe, proporzionate e severe. Non per vendetta, ma perché anche l’impunità educa, e può educare molto male.

Forse non siamo ancora al punto di non ritorno, ma rischiamo di arrivarci quando l’ennesima aggressione, l’ennesimo accoltellamento o l’ennesima vita distrutta smettono persino di sorprenderci.

Una società non perde se stessa soltanto quando cresce la violenza, ma quando comincia ad abituarsi alla violenza.

Per questo occorre tornare a dare significato a parole come rispetto, responsabilità, limite e conseguenza.

Educare alla vita significa certamente insegnare ai giovani a costruire la propria, ma prima ancora insegnare loro un principio che dovrebbe tornare a essere indiscutibile:

la vita degli altri non è nella nostra disponibilità.

Non lo è durante una lite.

Non lo è per dimostrare qualcosa agli amici.

Non lo è perché siamo arrabbiati.

Non lo è per uno sguardo, un pallone, una parola o una precedenza.

Quando questo principio torna a essere indiscutibile, torna a esserci una società.

Fino ad allora continueremo a leggere bollettini di guerra chiedendoci come sia stato possibile arrivare fin qui.

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