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La Paura Costruita e la Realtà ignorata

La Paura Costruita e la Realtà ignorata
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Adunata Nazionale degli Alpini: dalle accuse collettive al valore dimenticato di chi serve lo Stato ogni giorno

Alla vigilia dell’adunata nazionale degli Alpini a Genova, ciò che dovrebbe essere una festa di incontro e partecipazione si è trasformato in un terreno di accuse e diffidenza. In questi giorni si è arrivati persino a parlare di distribuire fischietti alle donne, come se si trovassero davanti a una minaccia, come se quel fiume umano che attraversa le città fosse qualcosa da cui difendersi. Ma chi conosce davvero gli Alpini sa che quel fiume non travolge, non opprime, non spaventa. Porta entusiasmo, porta euforia, porta quel senso di comunità che troppo spesso dimentichiamo.

Eppure, alcune accuse diffuse da sedicenti femministe hanno scelto di raccontare un’altra realtà, lontana dalla verità e dalla storia. Accuse che non hanno nulla a che vedere con le battaglie autentiche per i diritti delle donne, quelle che hanno aperto la strada anche alle tante donne che oggi servono con onore proprio tra le fila degli Alpini. Donne che indossano la stessa uniforme, condividono gli stessi valori e che oggi si trovano anch’esse colpite da parole ingiuste, da insinuazioni gratuite.

Gli Alpini sono uomini e donne che hanno costruito, nel tempo, una storia fatta di sacrificio e dedizione. Sono quelli che arrivano quando gli altri scappano. Nei terremoti, nelle alluvioni, nelle emergenze che segnano il nostro Paese. Sono quelli che partono per terre lontane, spesso dimenticate, lasciando a casa affetti, famiglie, figli. E sono gli stessi che, anche dopo il servizio, continuano a esserci, attraverso la loro associazione, accanto alle comunità, pronti ad aiutare senza chiedere nulla in cambio.

Pensare di ridurre tutto questo a una caricatura offensiva significa non voler vedere, non voler capire. Significa colpire non solo chi indossa o ha indossato un’uniforme, ma anche chi gli sta accanto. Padri, fratelli, figli, amici. Persone vere, con storie vere. Persone che hanno scelto di servire lo Stato e che oggi vengono dipinte con leggerezza come qualcosa che non sono.

Per fortuna, il pregiudizio di pochi si scontra con il buon senso di molti. Sono tanti, infatti, i cittadini che riconoscono e difendono, a ragione, l’operato degli Alpini e ciò che rappresentano, oggi come ieri, nella storia del nostro Paese. Una maggioranza silenziosa che non si lascia trascinare da narrazioni distorte, ma che continua a vedere in loro un punto di riferimento, un esempio di solidarietà e impegno concreto.

E c’è un altro aspetto che non può essere ignorato. La libertà di cui oggi tutti godono, il diritto stesso di manifestare in una democrazia, è certamente anche frutto di conquiste civili e sociali, ma affonda le proprie radici nel sacrificio di chi, per quella democrazia, ha dato tutto. Uomini e donne che hanno pagato con la propria vita, che hanno rinunciato a tutto per garantire un futuro più giusto anche alle proprie figlie, libero proprio da quei pregiudizi che oggi, paradossalmente, sembrano riemergere. Ed è lecito chiedersi quante donne si sentano davvero rappresentate da queste voci che parlano in loro nome, ma che finiscono per alimentare divisione invece che rispetto.

La responsabilità, quando esiste, è sempre individuale e deve essere affrontata con serietà. Ma trasformare il sospetto in accusa collettiva è un atto che ferisce, divide e tradisce ogni principio di equilibrio e rispetto.

E allora resta una domanda che pesa più di tutte. Cosa sarebbe accaduto se a essere denigrati fossero stati altri, a parti inverse. Troppo spesso non si ragiona quando non conviene, perché la propaganda e il pregiudizio rendono ciechi e diffondono il verbo sterile di chi sa solo puntare il dito senza chiedersi davvero verso chi.

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