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Il mondo senza regole e la grande occasione dell’Europa

Il mondo senza regole e la grande occasione dell’Europa
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Tempo di lettura: 4 min

In breve

L’ordine internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale attraversa una crisi profonda. Il ritorno della politica di potenza sta cambiando gli equilibri globali. Per l’Europa è arrivato il momento di scegliere se restare spettatrice o diventare protagonista. Il mondo non è necessariamente…

L’ordine internazionale costruito dopo la seconda guerra mondiale attraversa una crisi profonda. Il ritorno della politica di potenza sta cambiando gli equilibri globali. Per l’Europa è arrivato il momento di scegliere se restare spettatrice o diventare protagonista.

Il mondo non è necessariamente più caotico di quanto sia stato in altri momenti della storia. È però certamente diventato più imprevedibile. E soprattutto sta progressivamente perdendo quel sistema di regole, istituzioni e alleanze che per decenni, pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ha cercato di contenere i rapporti di forza all’interno di un quadro condiviso.

L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato uno spartiacque. Ha riportato nel cuore dell’Europa una guerra convenzionale su larga scala e riaffermato un principio che sembrava appartenere a un’altra epoca: la possibilità di modificare i confini attraverso la forza militare.

Ma la crisi dell’ordine internazionale va ben oltre la guerra in Ucraina.

A cambiare è il comportamento delle grandi potenze e, con esso, la natura stessa delle relazioni internazionali. La competizione militare si intreccia ormai con quella economica, tecnologica, energetica e commerciale. Le istituzioni multilaterali faticano a incidere sulle grandi crisi, mentre le alleanze diventano più transazionali e gli interessi nazionali tornano sempre più esplicitamente al centro delle politiche estere.

Anche gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio ruolo. Per decenni Washington è stata il principale garante dell’ordine internazionale liberale nato nel dopoguerra, pur applicandone principi e regole in maniera non sempre coerente. Oggi l’America appare maggiormente orientata a valutare alleanze, istituzioni e rapporti internazionali sulla base di un calcolo diretto degli interessi nazionali.

Non è soltanto una questione di Donald Trump. È il segnale di una trasformazione più profonda: gli Stati Uniti guardano con crescente attenzione alla competizione con la Cina e chiedono agli alleati di assumersi una quota maggiore della responsabilità per la propria sicurezza.

Nel frattempo Mosca utilizza apertamente lo strumento militare per perseguire i propri obiettivi strategici, mentre Pechino combina il richiamo al multilateralismo con una politica sempre più assertiva sul piano economico, tecnologico e geopolitico.

Il risultato è un sistema internazionale nel quale torna ad affermarsi una logica antica: i principi continuano a contare, ma senza la capacità di sostenerli rischiano di pesare sempre meno.

Ed è precisamente qui che emerge il problema europeo.

Per decenni l’Europa ha costruito la propria influenza sulla forza delle norme, del commercio, della diplomazia e delle istituzioni. È stato uno straordinario successo storico: un continente devastato per secoli dalle guerre è diventato uno degli spazi più prosperi, pacifici e democratici del pianeta.

Quel modello, tuttavia, si è sviluppato in un contesto internazionale nel quale la sicurezza europea era largamente garantita dall’alleanza con gli Stati Uniti e nel quale l’interdipendenza economica sembrava destinata a ridurre progressivamente il ricorso alla forza.

Oggi entrambe queste certezze sono meno solide.

Continuare a difendere il diritto internazionale e il multilateralismo resta indispensabile. Pensare che sia sufficiente non lo è più. Le regole sono realmente efficaci quando esiste anche la capacità politica, economica, tecnologica e militare di farle rispettare.

Per questo l’Europa si trova probabilmente davanti alla più importante scelta strategica dalla fine della Guerra fredda.

Può continuare a descriversi come un continente troppo diviso, troppo lento e troppo debole per competere con le grandi potenze. Oppure può prendere coscienza delle risorse di cui dispone: quasi 450 milioni di cittadini, una delle maggiori economie del pianeta, capacità industriali e tecnologiche avanzate, istituzioni consolidate e una rete di alleanze costruita in decenni.

Il punto non è trasformare l’Europa in una nuova potenza imperiale né rinunciare alla cultura politica che ha fatto delle regole e della cooperazione uno dei suoi elementi distintivi.

È esattamente il contrario: acquisire la forza necessaria per continuare a difendere quei principi in un mondo nel quale la forza è tornata a contare.

Questo significa rafforzare la capacità di difesa, consolidare la base industriale e tecnologica, ridurre le dipendenze strategiche, proteggere infrastrutture ed energia e soprattutto sviluppare una maggiore capacità di assumere decisioni comuni.

Significa anche comprendere che una maggiore responsabilità europea non deve necessariamente tradursi in una contrapposizione con gli Stati Uniti. Un’Europa più forte può significare anche un’Alleanza Atlantica più equilibrata, nella quale gli europei siano capaci di assumersi maggiori responsabilità per la sicurezza del proprio continente e delle aree che lo circondano.

Nel nuovo disordine mondiale esiste infatti un rischio ancora più grande dell’essere deboli: continuare a comportarsi come se il mondo nel quale l’Europa è cresciuta esistesse ancora.

Quel mondo sta cambiando rapidamente.

La vera occasione dell’Europa nasce proprio da questa crisi: trasformare la propria forza economica, industriale e politica in capacità strategica.

Perché questa volta non può limitarsi ad aspettare di scoprire quale ordine costruiranno gli altri. Deve contribuire a costruirlo.

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