L’episodio di Torino e l’allarme che arriva dagli Stati Uniti: una generazione sempre più distante dall’informazione.
Il blitz dei manifestanti pro-Palestina nella sede de La Stampa a Torino non è stato soltanto un attacco fisico. È stato il simbolo di un clima culturale che si sta incrinando: ostilità verso i giornali, sfiducia nei reporter e crescente polarizzazione.
Quello che è accaduto in Italia risuona con un allarme che arriva dagli Stati Uniti.
Un’inchiesta dell’Associated Press, firmata da David Bauder, mostra come gli adolescenti stiano sviluppando un’avversione profonda verso il giornalismo, con effetti che rischiano di plasmare una “generazione perduta” di cittadini disinformati.
La ricerca AP: l’84% dei teenager descrive i media con parole negative

Secondo l’indagine del News Literacy Project citata da AP, quando si chiede ai ragazzi tra 13 e 18 anni di descrivere i media attuali con una sola parola, l’84% sceglie un termine negativo:
- “faziosi”
- “noiosi”
- “falsi”
- “pazzi”
- “confusi”
- “spaventosi”
E non è tutto. Circa la metà degli adolescenti crede che i giornalisti:
- inventino dettagli o citazioni
- favoriscano gli inserzionisti
- paghino o facciano favori alle fonti
- usino immagini fuori contesto
Meno di un terzo pensa che i reporter:
- correggano gli errori
- verifichino i fatti
- usino più fonti
- lavorino nell’interesse pubblico
Un quadro drammatico che riflette un problema più profondo: i ragazzi non sanno cosa sia davvero il giornalismo, e spesso non lo incontrano mai in modo autentico.
Cat Murphy, 21 anni: “Voglio essere una giornalista di cui la gente si fida”
La storia si apre con il ritratto di Cat Murphy, studentessa dell’Università del Maryland che vuole diventare giornalista da quando aveva 11 anni.
“Mi dicono che sarà inutile, che urlerò nel vuoto. Ma non mi scoraggia”, racconta a AP.
Molti suoi coetanei non capiscono perché scegliere un mestiere considerato “morto”, confuso, pieno di errori.
E proprio per questo Murphy non è sorpresa dall’ostilità mostrata dagli adolescenti nello studio.
“I miei compagni non odiano i giornalisti. Semplicemente non hanno mai letto giornalismo vero”.
L’effetto “fake news” e l’assenza di educazione alle notizie
Gli esperti intervistati da AP spiegano che il mantra della “fake news” ha avuto un impatto culturale enorme sui più giovani, specialmente negli anni in cui si formano le prime opinioni politiche.
Peter Adams, dirigente del News Literacy Project, lo dice chiaramente:
“Parte delle critiche ai media è meritata, ma la maggior parte nasce da percezioni sbagliate”.
In tutto questo pesa anche la mancanza di educazione formale al giornalismo: pochi adolescenti seguono regolarmente le notizie, ancora meno apprendono a scuola cosa sia davvero il lavoro del reporter.
Il ruolo dei social: genitori disabituati, figli disorientati
Lily Ogburn, studentessa della Northwestern University ed ex direttrice del Daily Northwestern, racconta ad AP che molti giovani non vedono i giornali come strumenti di controllo del potere, ma come entità che “proteggono i potenti”.
I suoi compagni si informano quasi solo sui social.
I genitori non guardavano telegiornali, loro nemmeno.
Risultato: si è persa la trasmissione culturale del valore dell’informazione verificata.
“C’è molta sfiducia verso i giornalisti”, dice Ogburn. “Ma questo rafforza la mia determinazione: voglio che le persone possano fidarsi di me”.
Crollo culturale: sparisce la figura del giornalista nella cultura pop
Nelle generazioni precedenti, il giornalismo era raccontato attraverso film come Tutti gli uomini del Presidente, che narrava l’inchiesta Watergate. Oggi?
Gli adolescenti, quando interrogati, citano:
- Spider-Man (Peter Parker fotografo)
- Anchorman, una parodia sull’infotainment
Non proprio modelli edificanti.
Lezioni di alfabetizzazione mediatica: quando la fiducia rinasce
AP racconta la storia di Brianne Boyack, 16 anni, che in un corso di news literacy ha imparato a verificare informazioni e a riconoscere fonti affidabili.
Un suo compagno, Rhett MacFarlane, ha messo alla prova ciò che ha imparato smentendo la bufala che il Louvre fosse stato derubato:
“Pensavo che i giornalisti dicessero ciò che volevano. Ho scoperto che c’è un processo rigoroso. Se mentono, vengono licenziati”.
Eppure, programmi del genere sono ancora rari.
Howard Schneider, direttore del Center for News Literacy alla SUNY Stony Brook, avverte:
“C’è inerzia. Ma è un’urgenza nazionale”.
Torino e il caso internazionale: l’attacco alla stampa come sintomo di un malessere globale
L’assalto alla redazione torinese non nasce nel vuoto.
È l’esasperazione di una dinamica più ampia:
- radicalizzazione online
- sfiducia verso le istituzioni
- percezione distorta del giornalismo
- disintermediazione informativa
Quando i cittadini non riconoscono più l’autorità delle fonti ufficiali, la stampa diventa un bersaglio — fisico, culturale, simbolico.
Il problema della “news industry”: redazioni svuotate, lentezza nel cambiamento
Murphy denuncia un punto cruciale: la lentezza del settore nel rinnovarsi.
“C’è pochissimo movimento verso il luogo dove si trovano le persone. L’unico modo per invertire la tendenza è realizzare contenuti che catturino l’attenzione oggi, non vent’anni fa”.
Molti giovani incontrano la stampa solo quando esplodono scandali di errori o violazioni etiche. Troppo poco per costruire fiducia.
Conclusione: la fiducia nei media non si ricostruisce da sola
Il caso Torino e il report AP mostrano la stessa realtà da due lati dell’Atlantico:
- i media sono sotto assedio, esterno e interno
- i giovani sono disconnessi dal giornalismo tradizionale
- la stampa fatica a reinventarsi
- la sfiducia cresce e alimenta tensioni sociali
La strada per uscire da questo ciclo passa da:
- educazione alle notizie nelle scuole
- trasparenza radicale nel lavoro giornalistico
- nuovi formati digitali nativi
- un dialogo diretto con i lettori più giovani
- una presenza seria sui social, non subita ma progettata
Il giornalismo può ancora essere un pilastro democratico.
Ma oggi, come scrive l’AP, “la sfida è urgente”.
E gli episodi come quello di Torino lo dimostrano: senza fiducia, la stampa non può esistere.
Fonte: Associated Press, articolo di David Bauder




