Negli ultimi mesi ha preso piede, soprattutto tra analisti e decisori politici, l’idea che le cosiddette middle powers – potenze di media grandezza come Canada, Australia, Giappone, Corea del Sud, Italia, Francia, Regno Unito e altri partner – possano progressivamente coordinarsi per costruire un’alternativa strategica alla tradizionale leadership americana. Per Washington, però, questa prospettiva è poco più di un’illusione.
A ribadirlo è stato Elbridge Colby, Sottosegretario alla Guerra dell’amministrazione Trump, con una lunga riflessione che rappresenta probabilmente la più chiara esposizione della visione strategica dell’attuale Casa Bianca nei confronti degli alleati.
Il messaggio è netto: gli Stati Uniti non temono la nascita di un blocco autonomo di “medie potenze”. Temono piuttosto che alcuni partner finiscano per crederci davvero, disperdendo risorse economiche, capitale politico e tempo prezioso in un progetto destinato a fallire.
Secondo Colby, il concetto stesso di middle powers non costituisce una categoria geopolitica coerente. Gli Stati non si aggregano sulla base della dimensione del proprio PIL o del proprio peso regionale, ma in funzione di interessi concreti, geografia, potenza militare, economia e minacce condivise. In altre parole, la politica internazionale continua a essere dominata dal realismo, non dalle etichette accademiche.
L’altro elemento centrale della sua analisi riguarda il rapporto tra Washington e gli alleati. Contrariamente a chi prevede un progressivo allontanamento dall’America, Colby sostiene che l’effetto della presidenza Trump sia stato opposto: oggi numerosi Paesi ricercano con maggiore intensità il coinvolgimento statunitense, proprio perché non lo considerano più garantito. La presenza militare americana continua a essere richiesta in Europa, nel Medio Oriente e soprattutto nell’Indo-Pacifico, dove la competizione con la Cina rappresenta il principale asse strategico di Washington.
Ancora più esplicito è il passaggio dedicato all’industria della difesa. Negli ultimi anni molti governi europei hanno accelerato gli investimenti per rafforzare la propria autonomia strategica e costruire una base industriale capace di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Per Colby questa ambizione non è sbagliata in sé, ma diventa irrealistica quando punta a sostituire il complesso industriale americano.
La valutazione dell’amministrazione Trump è che nessun altro Paese, né alcuna coalizione di Paesi, sia oggi in grado di competere con gli Stati Uniti per capacità produttiva, qualità tecnologica e ampiezza del portafoglio industriale nel settore della difesa. Lo stesso vale per le tecnologie avanzate, considerate un vantaggio competitivo che Washington ritiene sostanzialmente irreplicabile nel mondo occidentale.
Da qui deriva un concetto destinato a far discutere: l’accesso all’industria della difesa americana non viene più descritto come un diritto naturale degli alleati, ma come un privilegio da conquistare e preservare.
Questo non significa che Washington scoraggi gli investimenti europei nella difesa. Al contrario, Colby invita gli alleati ad aumentare la spesa militare e a sviluppare le proprie capacità industriali. La condizione, tuttavia, è che tali investimenti siano complementari al sistema americano e non orientati a costruire un concorrente.
Si tratta di una sfumatura che rivela molto della strategia statunitense. L’obiettivo non è mantenere partner deboli, ma evitare la nascita di poli industriali e tecnologici alternativi che possano ridurre il peso strategico degli Stati Uniti nel lungo periodo.
Per l’Europa il messaggio è particolarmente significativo. Negli ultimi anni Bruxelles ha lanciato programmi come ReArm Europe e l’European Defence Industrial Strategy proprio con l’obiettivo di rafforzare la base industriale continentale. Le parole di Colby indicano però che Washington accetterà un rafforzamento europeo soltanto nella misura in cui esso resterà integrato nell’ecosistema industriale e tecnologico americano.
In definitiva, dietro il dibattito sulle middle powers si nasconde una questione molto più ampia: quale sarà il rapporto tra autonomia strategica europea e leadership americana nei prossimi decenni. La risposta dell’amministrazione Trump appare chiara. Gli Stati Uniti vogliono alleati più forti, più capaci e più responsabili, ma non intendono condividere la posizione di centro di gravità del sistema occidentale. Per Washington, la cooperazione resta fondamentale; la sostituzione della leadership americana, invece, non è considerata né possibile né desiderabile.




