Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sul rischio di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, gli Emirati Arabi Uniti stanno già preparando il dopo. La vera risposta di Abu Dhabi alla crescente instabilità del Golfo non è infatti di natura militare, ma infrastrutturale: ridurre progressivamente la dipendenza da uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale.
In questa prospettiva si inseriscono i colloqui avviati da DP World per lo sviluppo di un nuovo porto polifunzionale a Fujairah, sulla costa orientale degli Emirati, affacciata direttamente sul Golfo di Oman. La scelta della localizzazione non è casuale. Fujairah rappresenta infatti l’unico grande sbocco marittimo emiratino completamente esterno allo Stretto di Hormuz, consentendo alle navi di raggiungere il porto senza attraversare il passaggio controllato de facto dall’Iran.
Il progetto non punta semplicemente a creare un nuovo terminal portuale, ma a ripensare l’intera architettura logistica regionale. L’idea è che una quota crescente dei container venga sbarcata a Fujairah e successivamente trasferita via terra, attraverso una rete di autostrade e collegamenti logistici, verso Dubai, Abu Dhabi e gli altri mercati del Golfo. In questo modello, la strada sostituisce l’ultimo tratto di navigazione nello Stretto, trasformando un potenziale punto di vulnerabilità in un corridoio terrestre più resiliente.
La rilevanza strategica dell’iniziativa va ben oltre gli Emirati. Per decenni il commercio marittimo del Golfo è stato progettato assumendo che Hormuz sarebbe rimasto sempre aperto. Oggi questa ipotesi non è più considerata scontata. Gli attacchi alle petroliere, le tensioni tra Iran e Stati Uniti e la crescente militarizzazione dell’area hanno modificato la percezione del rischio da parte degli operatori logistici e degli investitori. La conseguenza è un progressivo spostamento degli investimenti verso infrastrutture capaci di garantire continuità operativa anche in caso di crisi.
Il nuovo porto di Fujairah si inserisce così in una tendenza più ampia che coinvolge anche gli oleodotti e i corridoi terrestri alternativi allo Stretto. Non si tratta di abbandonare Hormuz, che continuerà a rappresentare uno snodo fondamentale per il commercio mondiale, ma di ridurne il peso relativo costruendo opzioni credibili. In termini strategici, la resilienza nasce dalla diversificazione delle rotte, non dalla loro sostituzione.
Questa trasformazione riflette anche il nuovo approccio degli Emirati Arabi Uniti alla sicurezza economica. Piuttosto che affidarsi esclusivamente alla deterrenza militare, Abu Dhabi investe nella capacità delle proprie infrastrutture di assorbire gli shock geopolitici. Porti, zone franche, reti ferroviarie e collegamenti terrestri diventano così strumenti di politica estera e di sicurezza nazionale tanto quanto le capacità navali.
La decisione di sviluppare Fujairah dimostra quindi che, almeno per gli Emirati, la domanda non è più se Hormuz possa essere chiuso, ma come continuare a commerciare qualora ciò accadesse. È una differenza sostanziale. Quando uno Stato investe miliardi di dollari per costruire percorsi alternativi, significa che considera il rischio sufficientemente concreto da giustificare una profonda revisione della propria geografia economica.
Più che una deviazione logistica, Fujairah rappresenta l’inizio di una nuova geografia commerciale del Golfo. Una geografia nella quale la sicurezza delle catene di approvvigionamento non dipende più da un unico passaggio marittimo, ma da una rete di infrastrutture progettate per aggirare il punto più vulnerabile della regione. Se questa strategia dovesse consolidarsi, il vero cambiamento non sarà il destino di Hormuz, bensì il fatto che il Golfo avrà finalmente imparato a fare a meno della sua esclusività strategica.




