la parziale chiusura operativa dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, formalmente giustificata come esercitazione navale, appare sempre più come una mossa strategica finalizzata a esercitare pressione sugli Stati Uniti nel contesto dei colloqui indiretti in corso a Ginevra.
Secondo diverse valutazioni strategiche, l’iniziativa iraniana non può essere letta esclusivamente come attività militare ordinaria. Il coinvolgimento, diretto o indiretto, dell’asse informale definito “DragonBear” — la convergenza strategica tra Cina e Russia — suggerisce un’operazione con implicazioni geopolitiche più ampie, che trascendono il semplice addestramento navale.
Hormuz: il chokepoint energetico globale
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei nodi più critici del sistema energetico mondiale:
- circa il 20% del petrolio globale transita quotidianamente attraverso questo passaggio;
- collega i principali esportatori del Golfo ai mercati europei e asiatici;
- costituisce una delle principali vulnerabilità strutturali della sicurezza energetica globale.
Anche una limitazione parziale del traffico marittimo — senza una chiusura formale — è sufficiente a generare volatilità nei mercati energetici e pressione politica internazionale.
La logica della “chiusura parziale”
L’Iran non ha bisogno di bloccare completamente Hormuz per ottenere risultati strategici. Una presenza navale intensificata, esercitazioni ravvicinate e restrizioni temporanee alla navigazione producono tre effetti immediati:
- aumento del rischio percepito nei mercati energetici, con impatto sui prezzi;
- segnalazione di capacità di escalation controllata;
- leva negoziale indiretta nei confronti di Washington.
In questo senso, l’operazione appare calibrata per rimanere sotto la soglia del confronto diretto, mantenendo però una pressione costante durante il negoziato diplomatico.
Il ruolo dell’asse Cina-Russia
Il sostegno politico e strategico di Cina e Russia rafforza la posizione iraniana. Pechino ha un interesse diretto nella stabilità energetica del Golfo ma anche nel contenimento della pressione americana, mentre Mosca beneficia di qualsiasi aumento dell’incertezza energetica globale che contribuisca a sostenere i prezzi degli idrocarburi.
La cooperazione non implica necessariamente un coordinamento operativo visibile, ma indica una convergenza strategica: utilizzare crisi regionali controllate per ridurre la libertà di manovra statunitense su più teatri contemporaneamente.
Ginevra: negoziato sotto pressione
I colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran a Ginevra costituiscono il contesto immediato di questa escalation controllata. L’obiettivo iraniano sembra essere quello di negoziare da una posizione di forza, dimostrando la capacità di incidere su uno dei principali punti di vulnerabilità dell’economia globale.
In termini strategici, Hormuz diventa così non solo un passaggio marittimo, ma uno strumento di coercizione geopolitica.
Conclusioni — La nuova deterrenza energetica
La dinamica osservata conferma una trasformazione più ampia: le rotte energetiche stanno tornando al centro della competizione strategica globale. Non attraverso blocchi totali — troppo rischiosi — ma tramite pressioni graduali e reversibili.
La parziale limitazione dello Stretto di Hormuz rappresenta quindi meno un preludio alla guerra e più una forma di deterrenza negoziale, pensata per influenzare i tempi e i risultati del dialogo con Washington.
In un sistema internazionale sempre più multipolare, i chokepoint marittimi non sono solo infrastrutture economiche: sono leve politiche capaci di ridefinire gli equilibri diplomatici globali.




