Intolleranza e strumentalizzazioni, gli episodi nelle piazze italiane mettono in discussione il senso autentico della Liberazione, patrimonio comune fondato su libertà, rispetto e memoria condivisa
Gli episodi di tensione e gli scontri verificatisi in alcune piazze in occasione della Festa della Liberazione non possono essere archiviati come semplici incidenti. Interrogano, piuttosto, il senso profondo di una giornata che – come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – appartiene a tutti gli italiani, perché segna la riconquista della libertà e la fine dell’oppressione nazifascista.
E proprio per questo ferisce vedere come, sempre più spesso, quella che dovrebbe essere una festa unitaria venga trasformata in un terreno di divisione. Una parte di chi scende in piazza sembra rivendicarne una sorta di esclusiva, dimenticando che la Liberazione non è patrimonio di una parte, ma il fondamento della nostra democrazia. Quando si pretende di stabilire chi possa partecipare e chi no, chi sia “degno” di sfilare e chi invece debba essere allontanato, si tradisce lo spirito stesso del 25 aprile.
Le parole del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, richiamano con forza questa dimensione universale della Liberazione: una lotta contro ogni forma di oppressione, non un simbolo da piegare a logiche di appartenenza. E anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha evidenziato come episodi di aggressione, contestazione e intolleranza rappresentino una distorsione grave del significato della giornata.
Quanto accaduto a Milano ne è una dimostrazione dolorosa. Contestare la Brigata ebraica significa non solo mancare di rispetto a chi combatté per la nostra libertà, ma anche dimenticare – o peggio ignorare – che proprio il popolo ebraico fu tra le principali vittime dell’orrore dei campi di concentramento. È una ferita alla memoria, prima ancora che un errore politico.
Allo stesso modo, impedire a un uomo anziano di partecipare a una manifestazione perché porta il simbolo di un popolo che oggi combatte per la propria libertà è qualcosa che lascia senza parole. È un gesto che richiama lo spirito della Resistenza, ma che viene respinto proprio in una giornata che dovrebbe celebrarlo. Una contraddizione che pesa, e che inquieta.
E ancora più grave è quanto accaduto a Roma, dove si è arrivati persino a sparare con fucili ad aria compressa contro manifestanti dell’ANPI: un atto vile, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico e che deve essere condannato con assoluta fermezza.
In questo clima, il ricordo personale assume un valore ancora più profondo. Mio nonno, quando parlava della Resistenza, non faceva distinzioni: ricordava civili, partigiani, militari. Ricordava uomini e donne che avevano perso la vita per qualcosa di più grande di loro: la libertà. E nel suo racconto non c’era odio, non c’era esclusione. C’era rispetto, consapevolezza, gratitudine. Sono certo che non avrebbe mai voluto vedere la memoria di quel sacrificio trasformata in occasione di divisione o, peggio, di intolleranza.
È anche attraverso quel ricordo che si comprende quanto la libertà non sia un diritto scontato. È una conquista. Una conquista pagata con il sacrificio di tanti, e che proprio per questo va custodita, difesa, rispettata.
Per questo, quanto accaduto non può essere minimizzato. Non è solo una questione di ordine pubblico, ma di memoria, identità, rispetto. Se il 25 aprile diventa il giorno in cui si impedisce a qualcuno di esprimersi, allora smette di essere ciò che rappresenta.
Recuperarne il senso autentico significa restituirlo a tutti. Senza bandiere ideologiche che escludono, senza pretese di appartenenza. Perché la libertà, quella vera, è sempre di tutti. Anche – e soprattutto – di chi la pensa diversamente.




