Scontri, danneggiamenti, bombe carta e gruppi incappucciati hanno segnato alcune delle manifestazioni studentesche degli ultimi giorni. Episodi che poco hanno a che vedere con il diritto di manifestare e che finiscono per danneggiare proprio gli studenti nel cui nome si protesta.
Manifestare è un diritto. Contestare le istituzioni, chiedere maggiori risorse per la scuola o esprimere il proprio dissenso fa parte di una democrazia.
Lanciare pietre contro le Forze dell’ordine, danneggiare scuole, utilizzare bombe carta o organizzarsi per cercare lo scontro è un’altra cosa.
Ed è il confine che, negli ultimi giorni, alcune frange delle manifestazioni studentesche hanno superato.
A Torino si sono registrati danneggiamenti all’interno di istituti scolastici e scontri con le Forze dell’ordine, con il ferimento di un Carabiniere e l’arresto di tre minorenni. A Roma gruppi di incappucciati hanno lanciato bombe carta e petardi, anche nei pressi del Ministero dell’Istruzione. Tensioni e azioni dimostrative si sono verificate anche in altre città.
A Padova, alla vigilia delle proteste, un’indagine della Digos ha inoltre portato alla luce una chat nella quale alcuni giovani discutevano di passamontagna, petardi, incendi di cassonetti e possibili azioni contro la Questura.
Elementi che rendono difficile ricondurre tutto alla semplice spontaneità della protesta studentesca.
La mobilitazione nazionale è stata promossa anche da organizzazioni politicamente strutturate dell’area radicale. Tra queste OSA e Cambiare Rotta, quest’ultima definita sul proprio sito “Organizzazione Giovanile Comunista”, da tempo protagonista di campagne e mobilitazioni fortemente caratterizzate sul piano politico.
È quindi legittimo interrogarsi su quanto la rabbia e il disagio di studenti spesso giovanissimi possano essere incanalati all’interno di una mobilitazione fortemente ideologizzata, nella quale gruppi organizzati rischiano di condizionare il significato stesso della protesta.
Sarebbe però sbagliato identificare tutti gli studenti con chi cerca lo scontro. In molte città i cortei si sono svolti pacificamente e, in alcuni casi, sono stati gli stessi manifestanti a prendere le distanze dai comportamenti violenti.
Ed è proprio questo a rendere ancora più grave quanto accaduto.
Una pietra contro un agente non migliora la scuola. Una finestra distrutta o un computer danneggiato non aumentano le risorse destinate agli studenti. Devastare un istituto significa colpire esattamente quel luogo che si sostiene di voler difendere.
La distinzione tra protesta e violenza dovrebbe quindi essere netta, senza ambiguità e senza appartenenze politiche.
In una democrazia si può contestare duramente chi governa. Si può scendere in piazza, criticare un ministro, chiedere politiche diverse.
Ma quando compaiono passamontagna, pietre e bombe carta, la protesta cambia natura.
E il rischio è che studenti molto giovani finiscano per diventare strumenti di strategie politiche e antagoniste che poco hanno a che vedere con i problemi reali della scuola.
Perché quando la libertà di manifestare viene trasformata in violenza, i primi a perdere non sono le istituzioni contestate.
Sono gli studenti stessi.




