Prima il disagio giovanile, poi la rabbia sociale, oggi il carovita. Cambiano le motivazioni, ma le immagini sono sempre le stesse: vetrine sfondate, negozi devastati, supermercati saccheggiati e Forze dell’Ordine aggredite. E a pagare sono commercianti e cittadini che con quelle proteste non hanno nulla a che vedere. Ma qualcosa non torna. Se si manifesta contro il carovita, cosa c’entra rubare alcolici nei supermercati? E quale rapporto esiste tra l’aumento dei tassi d’interesse e la devastazione di una libreria? Intanto, le indagini sul Movimento 17 ottobre portano alla ribalta Youssef Siher, 30 anni, ricercatore e giornalista, già collaboratore dell’ISPI e del Fatto Quotidiano, indicato come ideatore dei canali social del movimento e accusato di istigazione a delinquere aggravata. Non proprio il ritratto del giovane emarginato e privo di strumenti culturali. Accuse gravi, sulle quali dovrà pronunciarsi la magistratura, ma che sollevano interrogativi sul ruolo di chi avrebbe alimentato nuove mobilitazioni violente. E adesso? Adesso sembra cominciare il fuggi fuggi delle responsabilità politiche e culturali. Chi fino a ieri offriva spazio e visibilità a certe voci oggi dovrebbe quantomeno interrogarsi su quanto accaduto. Invece, nel dibattito pubblico, non mancano distinguo, minimizzazioni e prudenti prese di distanza. E viene spontaneo chiedersi dove siano finiti quei politici e quei commentatori che, quando c’è da attaccare il Governo Meloni, pretendono l’intervento urgente in Parlamento del Presidente del Consiglio e dei Ministri persino per una buccia di banana caduta accidentalmente sul pavimento. Per una buccia di banana si invocano chiarimenti istituzionali, per le città devastate si cercano spiegazioni sociologiche? La domanda è inevitabile. Come lo è un’altra: perché una certa sinistra politica appare così pronta a interrogare chi indossa una divisa e così poco incline a manifestargli solidarietà quando viene aggredito? Chiedere verifiche sull’operato delle Forze dell’Ordine è legittimo, ma non può diventare il modo per relegare in secondo piano la violenza di chi devasta. La contrapposizione al Governo non dovrebbe trasformarsi in un riflesso ideologico capace di giustificare tutto, purché sia contro qualcuno. E qui sta il paradosso di certi sedicenti maestri di cultura e democrazia, sempre pronti a dispensare lezioni di civiltà, ma assai meno convincenti quando si tratta di difendere concretamente le regole della convivenza civile. La cultura non è una patente di superiorità morale e l’intelligenza non può diventare un alibi per la violenza. Il dado è tratto. Saranno i giudici ad accertare le responsabilità individuali, ma resta un principio sul quale non dovrebbero esistere ambiguità: devastare non è manifestare, saccheggiare non è rivendicare diritti e aggredire un uomo in uniforme non è una battaglia per la libertà. E chi pretende di insegnare agli altri come si difende la democrazia dovrebbe cominciare dal rispettarla, anche quando a governare è qualcuno che non gli piace.




