Il Corno d’Africa diventa nuovo fronte della competizione strategica tra Tel Aviv, Ankara ed Emirati Arabi Uniti
Israele accelera la propria proiezione nel Corno d’Africa. Dopo il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland dalla Somalia, Tel Aviv spinge ora per concretizzare un progetto destinato ad avere un forte impatto geopolitico: la creazione di una base militare sul Golfo di Aden.
Una mossa che, se attuata, modificherebbe in profondità gli equilibri regionali, rafforzando la postura strategica israeliana lungo una delle rotte marittime più sensibili al mondo e intensificando il confronto con la Turchia, oggi principale rivale di Israele — insieme agli Emirati Arabi Uniti — nella competizione per l’influenza nel Mediterraneo allargato e nel Medio Oriente esteso.
Il dialogo tra Tel Aviv e Hargheisa
L’apertura del Somaliland a Israele è emersa con chiarezza il 6 gennaio scorso, quando il governo di Hargheisa, guidato dal presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi, ha accolto in visita il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.
Secondo fonti raccolte dal Times of Israel, l’ipotesi di una base militare israeliana sarebbe “sul tavolo e in fase di discussione”. Un passaggio politico rilevante per uno Stato de facto che, pur non riconosciuto a livello internazionale, da oltre trent’anni mantiene una stabilità interna nettamente superiore a quella della Somalia federale.
Per il Somaliland, l’avvicinamento a Israele rappresenta una possibile garanzia di sicurezza e una leva diplomatica nella lunga ricerca di riconoscimento internazionale.
Berbera, nodo strategico sul Golfo di Aden
Secondo l’International Institute for Strategic Studies (IISS), il fulcro del progetto sarebbe l’aeroporto internazionale di Berbera, affacciato direttamente sul Golfo di Aden.
La possibilità di operare da questa infrastruttura consentirebbe all’Aeronautica Militare Israeliana di ampliare in modo significativo la propria capacità operativa nella regione. In particolare, Berbera dista circa 550 chilometri da Sana’a, capitale yemenita controllata dagli Houthi, contro gli oltre 1.800 chilometri che separano lo Yemen dalle basi israeliane.
Una riduzione della distanza superiore al 70% che renderebbe più rapide, sostenibili e frequenti eventuali operazioni a lungo raggio, riducendo la dipendenza da aerocisterne e aumentando la flessibilità militare di Tel Aviv.
Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti
La valenza strategica di Berbera è ulteriormente accresciuta dalla presenza emiratina. Gli Emirati Arabi Uniti hanno investito negli anni nello sviluppo dell’hub aeroportuale e logistico, utilizzandolo anche come nodo nel ponte aereo a sostegno delle Forze di Supporto Rapido coinvolte nella guerra civile sudanese.
Secondo analisti internazionali, l’infrastruttura sarebbe già predisposta per ospitare asset militari avanzati, munizioni e carburante, aprendo la strada a un possibile schieramento di F-15, F-16 e F-35 israeliani sul Golfo di Aden.
Un’ipotesi che sposterebbe sensibilmente l’equilibrio di potere nell’area, trasformando il Somaliland in un avamposto militare di primo livello.
I rischi per il Somaliland
Per Hargheisa, tuttavia, il dossier presenta anche elementi di forte rischio. In oltre trent’anni di autonomia de facto, il Somaliland ha costruito un modello politico relativamente stabile, con istituzioni funzionanti e dinamiche democratiche più solide rispetto al resto della Somalia.
Diventare un protettorato militare israeliano — affiancato da una presenza economica emiratina — potrebbe esporre il territorio a nuove pressioni regionali, trasformandolo in un bersaglio strategico e compromettendo l’equilibrio interno finora mantenuto.
Il salto geopolitico non è privo di costi.
La risposta della Turchia: caccia a Mogadiscio
A inviare un segnale chiaro è stata la Turchia, principale sponsor politico e militare del governo federale somalo. Il 28 gennaio, Ankara ha dispiegato tre caccia F-16 e due elicotteri d’attacco a Mogadiscio, ufficialmente per sostenere le operazioni contro i jihadisti di al-Shabaab.
Ma il messaggio va oltre il contrasto al terrorismo. La mossa turca rappresenta un avvertimento diretto a Israele e ai suoi partner regionali: il Corno d’Africa è considerato da Ankara uno spazio strategico vitale, parte integrante della propria proiezione esterna.
La presenza turca, segnala Ankara, è reale, militare e strutturata.
Una rivalità che attraversa più teatri
Il confronto tra Turchia e Israele — con gli Emirati Arabi Uniti sullo sfondo — non nasce nel Corno d’Africa. Dalla Siria al Sudan, dal Mediterraneo orientale a Cipro, fino alla Somalia, la competizione tra i due blocchi si è progressivamente estesa, saldando dossier un tempo separati.
Il progetto israeliano in Somaliland rappresenta quindi un nuovo tassello di una rivalità sistemica, destinata a irrigidirsi. Un confronto che rischia di trasformare il Golfo di Aden e il Mar Rosso meridionale in un ulteriore fronte della competizione strategica mediorientale.
Una dinamica che incide direttamente sulle rotte commerciali globali e sulla sicurezza del Mediterraneo allargato — e che, ancora una volta, dimostra come gli equilibri africani siano ormai parte integrante della geopolitica globale.




