C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di riportare a casa chi non c’è più.
Non riguarda soltanto la religione, la tradizione o il rito. Riguarda il bisogno primordiale di dare un luogo al dolore, un nome all’assenza, una fine all’attesa.
È per questo che, nelle acque cristalline dell’atollo di Vaavu, alle Maldive, continua una ricerca disperata e pericolosa. Una ricerca che ormai non è più soccorso. È recupero di corpi.
Ma quella ricerca ha già chiesto un’altra vita.
L’ultima vittima è un sergente sommozzatore delle Forze di Difesa maldiviane. Non era uno dei sub dispersi. Era stato inviato sott’acqua per cercarli. È morto durante le complicate operazioni di recupero, probabilmente per una malattia da decompressione.
Un uomo morto per recuperare altri morti.
È questa la verità più dura da accettare.
Ora otto sommozzatori continuano ad alternarsi nelle immersioni dentro la grotta che avrebbe inghiottito i sub italiani. Altri sei sono pronti a intervenire. Dall’Italia stanno arrivando specialisti esperti in soccorso in acque profonde e immersioni speleosubacquee. La macchina dei recuperi continua a muoversi contro un mare che appare paradisiaco solo in superficie.
Perché il mare, come la montagna, non è mai buono né cattivo. È indifferente.
Ed è qui che emerge una domanda scomoda, quasi inaccettabile: fino a che punto è giusto rischiare altre vite per recuperare un corpo senza vita?
La risposta emotiva è semplice: sempre.
La risposta razionale, invece, è molto più dolorosa.
Chi perde una persona cara ha bisogno di un corpo, di una tomba, di un ultimo saluto. Ritrovare una salma permette di elaborare il lutto, interrompe l’agonia dell’attesa, restituisce una forma concreta al ricordo. È un bisogno profondamente umano e legittimo.
Ma in questa tragedia non esiste più incertezza. Non si cercano superstiti. Si cercano resti.
E allora il confine morale cambia.
Sulle grandi montagne himalayane, oltre i seimila o settemila metri, questo confine viene accettato da tempo. Molti alpinisti morti sull’Everest, sul K2 o sull’Annapurna non vengono recuperati. Non perché siano dimenticati. Ma perché tentare di riportarli a valle significherebbe esporre altri uomini a una probabilità concreta di morire.
E così restano lassù.
Alcuni vengono coperti dalla neve. Altri diventano ghiaccio. Altri ancora rimangono visibili per anni lungo i sentieri estremi dell’alpinismo mondiale. È crudele da dire, ma è la realtà.
Nessuno, però, mette a rischio altre vite per salvare un corpo già privo di vita.
Forse il mare dovrebbe insegnarci la stessa lezione della montagna.
Esiste un momento in cui il rispetto per chi non c’è più deve coincidere anche con il rispetto per chi è ancora vivo. Perché una sepoltura non può valere un’altra morte.
Può sembrare una riflessione fredda. Brutale persino. Ma forse è solo il modo più difficile di guardare la realtà senza mentire a sé stessi.
Sant’Agostino scriveva che “la morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto”.
Se davvero è così, allora forse non è il luogo fisico dei resti a definire la dignità di una persona.
Forse la memoria vive altrove: negli affetti, nei ricordi, nelle passioni che hanno accompagnato una vita.
E forse, per quei sub scomparsi nelle Maldive, non esiste luogo più coerente di quelle acque profonde che amavano tanto.
Per l’ultima volta.




