Il progressivo consolidamento della presenza militare straniera nel continente africano, in particolare in Libia e nella regione del Sahel, sta delineando nuovi scenari di rischio per la sicurezza del Mediterraneo e del fianco meridionale della NATO. Una dinamica che potrebbe trasformare il Nord Africa da area di proiezione militare verso il continente africano a piattaforma strategica di pressione nei confronti dell’Europa.
La penetrazione militare di attori esterni nella regione segue un modello progressivo, articolato in quattro fasi: il controllo delle infrastrutture aeroportuali, la costituzione di depositi logistico-militari, l’inserimento di personale militare nelle strutture di potere locali e il successivo impiego operativo della forza. Un modello già osservato in Mali e Niger, dove la presenza iniziale di istruttori e consiglieri militari si è progressivamente trasformata in un coinvolgimento diretto nelle dinamiche di sicurezza interne.
La Libia rappresenta oggi uno dei principali snodi di questa strategia. Il rafforzamento della presenza militare straniera in diverse infrastrutture aeroportuali, tra cui Al Jufra, Al Khadim, Al Qardabiya, Brak al-Shati, Tamanhint e Maaten al-Sarra, contribuisce al consolidamento di una rete logistica che consente di sostenere le operazioni militari nel Sahel e, potenzialmente, di proiettare capacità operative verso il Mediterraneo centrale.
A questa presenza si affianca il rafforzamento delle linee di rifornimento marittime, con trasferimenti di equipaggiamenti militari attraverso il porto di Tobruk, tra cui sistemi di difesa aerea, apparati per la guerra elettronica e munizionamento destinati alle strutture dell’Africa Corps, formazione militare straniera attiva in diversi Paesi africani.
Il rischio è che infrastrutture attualmente impiegate per sostenere le operazioni nel continente africano possano assumere, in uno scenario di crisi, una funzione strategica anche nei confronti dell’Europa.
Particolare attenzione merita la crescente diffusione di sistemi a pilotaggio remoto e munizionamenti circuitanti. La possibilità di impiegare droni da piattaforme navali, comprese unità mercantili opportunamente adattate, introduce ulteriori elementi di vulnerabilità per le infrastrutture critiche, i porti e gli obiettivi strategici dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo.
In questo contesto si inseriscono le indiscrezioni circolate nel settembre 2026 su una presunta segnalazione dell’intelligence statunitense relativa a possibili attacchi con droni contro Italia, Francia e Spagna. Uno scenario rispetto al quale sono emerse significative riserve, anche da parte delle autorità politiche dei Paesi interessati, in assenza di riscontri pubblici sull’esistenza di una specifica minaccia imminente.
La valutazione del rischio deve pertanto distinguere tra capacità militari effettivamente disponibili, possibilità operative e ipotesi ancora prive di conferme. Le distanze geografiche, l’autonomia dei sistemi impiegati e la disponibilità di piattaforme di lancio rappresentano fattori determinanti nella concreta realizzabilità di eventuali operazioni.
Accanto alla dimensione strettamente militare emerge quella della guerra ibrida, nella quale strumenti convenzionali e non convenzionali possono concorrere a esercitare pressione sui Paesi europei. Il controllo di infrastrutture strategiche, le attività di influenza, le operazioni di disinformazione e la possibile strumentalizzazione dei flussi migratori costituiscono elementi di uno scenario di sicurezza sempre più articolato.
La posizione geografica della Libia, al centro delle principali rotte migratorie del Mediterraneo, ne accresce ulteriormente la rilevanza strategica. Il consolidamento dei rapporti tra attori militari esterni e le autorità della Libia orientale potrebbe infatti offrire ulteriori strumenti di influenza indiretta sulle dinamiche regionali e sulle relazioni con l’Unione europea.
L’esperienza del Sahel dimostra come una presenza militare inizialmente limitata possa evolvere in una struttura permanente, capace di condizionare gli equilibri politici e di sicurezza dei Paesi ospitanti. In Mali, il progressivo avvicendamento tra diverse formazioni militari straniere ha segnato un rafforzamento del coinvolgimento esterno nelle operazioni locali, accompagnato da crescenti preoccupazioni per le conseguenze sulla popolazione civile.
Per l’Europa, la questione non riguarda soltanto la possibilità di un attacco diretto, ma la progressiva formazione di una rete di capacità militari e strumenti di influenza in grado di incidere sugli equilibri del Mediterraneo.
In tale prospettiva, la sicurezza del fianco Sud della NATO assume un’importanza crescente, richiedendo un approccio integrato che comprenda sorveglianza aeronavale, difesa aerea e antimissile, protezione delle infrastrutture critiche, contrasto alle minacce ibride e cooperazione con i Paesi della regione.
Il Mediterraneo non può essere considerato uno spazio strategico separato dalle dinamiche del Sahel e del Nord Africa. Le trasformazioni in corso dimostrano come le crisi regionali possano produrre conseguenze ben oltre i confini dei Paesi direttamente coinvolti.
La sfida per l’Europa sarà riconoscere tempestivamente l’evoluzione di queste dinamiche, rafforzando le proprie capacità di prevenzione e deterrenza prima che il consolidamento di nuove presenze militari si traduca in ulteriori vulnerabilità per la sicurezza euro-atlantica.




