Anche con il supporto del Presidente USA, il nuovo leader siriano deve affrontare la prova più difficile: riconquistare la fiducia del suo popolo e ricostruire un Paese in macerie.
Con l’incontro alla Casa Bianca, Ahmed al-Sharaa è diventato il primo presidente siriano a varcare la soglia dello Studio Ovale. Accanto a lui, Donald Trump, che vede nel nuovo alleato il simbolo del proprio successo diplomatico in Medio Oriente.
Ma se abbattere il regime di Bashar al-Assad è stato un colpo di scena, ricostruire la Siria sarà una sfida ben più complessa.
La scommessa di Trump
Trump ha deciso di puntare tutto su al-Sharaa, leader emerso dal caos post-bellico siriano e ormai considerato un possibile perno di un blocco pro-americano nella regione.
Il nuovo presidente di Damasco ha promesso l’allontanamento dall’influenza russa e iraniana, aperture verso Israele e la possibile adesione agli Accordi di Abramo, fiore all’occhiello della diplomazia trumpiana.
In cambio, Trump gli ha offerto legittimità: rimozione dal registro dei terroristi, sospensione temporanea delle sanzioni e accesso ai mercati internazionali.
L’asse arabo a sostegno
Dietro al-Sharaa si muove un blocco arabo potente: Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia, veri garanti dell’operazione.
Mohammed bin Salman ha convinto Trump a riconoscerlo ufficialmente; Ankara addestra le nuove forze armate siriane; Doha e Riyadh finanziano la ricostruzione.
Ma la loro capacità di “costruire pace” resta incerta: Yemen, Libia e Sudan sono lì a ricordarlo.
Il ruolo di Israele
Paradossalmente, Israele – che con i suoi raid ha indebolito Hezbollah e l’apparato iraniano in Siria, agevolando così l’ascesa di al-Sharaa – oggi è visto come un ostacolo politico alla stabilizzazione del nuovo regime.
Le trattative su un possibile accordo di sicurezza restano bloccate: si parla di una zona smilitarizzata nel sud del Paese e di una base americana vicino Damasco, ma nulla è stato ufficializzato.
Una nuova guerra: quella per la sicurezza interna
La “nuova” Siria deve ancora costruire un esercito efficiente.
Con l’aiuto turco e saudita sono iniziate le operazioni congiunte anti-ISIS, ma la minaccia jihadista non è scomparsa: si contano migliaia di miliziani attivi e due tentati attentati contro al-Sharaa.
Resta poi il nodo curdo: Damasco propone di integrare le forze curde nell’esercito nazionale, ma solo come individui, non come corpo autonomo – una condizione che i leader curdi respingono.
Il costo della rinascita
Il World Bank stima in oltre 300 miliardi di dollari il costo per ricostruire la Siria. Finora, i Paesi arabi hanno promesso circa 28 miliardi, ma i fondi restano congelati in attesa della revoca delle sanzioni americane (Caesar Act).
Il Senato USA ha votato per abolirle, ma la Camera deve ancora approvare: finché ciò non accadrà, nessun investitore aprirà il portafoglio.
Nel frattempo, più della metà dei siriani vive sotto la soglia di povertà, l’economia è ferma e le infrastrutture collassano.
La battaglia più difficile
Al-Sharaa ha dimostrato di saper vincere sul campo di battaglia, ma ora deve affrontare una guerra politica e sociale: ricostruire istituzioni, ristabilire fiducia e attrarre capitali in un Paese esausto.
Trump gli ha offerto visibilità e protezione, ma non basteranno.
In Siria, la vera sfida comincia ora — e sarà molto più dura che abbattere Assad.
Fonte: Haaretz
Foto: Credit HOGP/AP




