A quattro anni dall’aggressione, mentre le cancellerie europee si frammentano tra veti e diplomazia, il popolo ucraino trasforma il dolore in identità, ricordandoci che la libertà non è un compromesso, ma un atto di coraggio quotidiano.
Nel quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea si presenta con un fronte meno compatto del previsto. Alla presenza della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e di altri leader, l’incontro assume soprattutto un valore simbolico.
A pesare sono le posizioni del premier ungherese Viktor Orbán e di quello slovacco Robert Fico, che hanno bloccato nuove iniziative sia sul piano degli aiuti economici sia su quello delle sanzioni contro Mosca. Divisioni che fotografano una fase complessa per l’Europa, chiamata a trovare un equilibrio tra coesione interna e sostegno a Kiev.
Le tensioni si sono riflesse anche sul piano energetico, con polemiche legate all’oleodotto Druzhba. Kiev attribuisce l’interruzione del flusso ai bombardamenti russi, mentre Budapest e Bratislava chiedono chiarimenti. Nel frattempo, alcune forniture energetiche verso l’Ucraina sono state sospese, aggravando una situazione già fragile.
Ma oltre i dossier, le cifre e le dichiarazioni ufficiali, resta la dimensione umana di una guerra che dura da quattro anni. I mostri generati dall’assurdità di un conflitto di invasione così prolungato popolano le menti di chi questa guerra la subisce e gli animi di chi avrebbe voluto che non iniziasse mai.
L’aggressione non è mai uno strumento giusto per risolvere le controversie tra Stati, anche quando viene presentata come necessaria o “giustificata”. Trasforma le tensioni in distruzione e allontana ogni possibilità di dialogo reale. La pace, al contrario, diventa davvero perseguibile solo quando tutti gli attori coinvolti scelgono di volerla fino in fondo, con atti concreti e responsabilità condivise, non con slogan o dichiarazioni di circostanza.
Il popolo ucraino, al di là delle diverse sensibilità politiche, continua a mostrarsi fedele a se stesso e ai principi di libertà e democrazia che in Europa diciamo di difendere. Per quei principi, gli ucraini stanno combattendo e morendo.
C’è un senso di appartenenza che attraversa questa resistenza: l’orgoglio di servire il proprio Paese anche a costo della vita, l’amore per una terra che non è soltanto luogo di nascita ma parte profonda della propria identità. Difendere l’Ucraina significa difendere ciò che si è, ciò che si ama, e farlo affinché qualcun altro possa continuare a viverlo. Amor di Patria, tutela dei propri diritti, libertà di scegliere chi essere e come essere.
Aiutare questo popolo a difendersi diventa, allora, un dovere per chi si riconosce nei principi della democrazia e del diritto internazionale attraverso la volontà di proteggere se stessi, le proprie famiglie, le proprie case. La solidarietà internazionale — e quella italiana su un fronte ampio e trasversale — ne conferma l’importanza, pur in presenza di minoranze che si oppongono al sostegno senza indicare percorsi alternativi concreti.
In un clima segnato da prudenza e divisioni, l’Europa è chiamata a una riflessione che va oltre la contingenza politica: difendere chi è aggredito significa difendere l’idea stessa di un ordine fondato sul diritto, non sulla forza. È un principio che richiama la responsabilità collettiva delle democrazie, perché ogni cedimento alla logica dell’imposizione rischia di indebolire le fondamenta stesse della convivenza internazionale.
Tutti noi vorremmo che la guerra finisse oggi. Tutti vorremmo che l’invasore si ritirasse, lasciando un popolo libero di scrivere la propria storia. Tutti vorremmo che le bombe smettessero di cadere, anche solo per un giorno, per dare spazio a quella tregua su cui si continua a lavorare. In occasione dell’approvazione dell’ultimo pacchetto di aiuti, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato che la libertà va difesa, anche quando ciò comporta scelte difficili, e questo comporta coraggio, lo stesso che il popolo ucraino dimostra ogni giorno.
Arrivare finalmente a una pace giusta e duratura è l’auspicio della maggioranza degli italiani, così come di molti cittadini europei. Una pace che non sia semplice assenza di armi, ma riconoscimento della giustizia e del diritto. Perché nella pace, quando è fondata sulla libertà e non sull’imposizione, si ritrova il senso più autentico della convivenza tra i popoli.




