Propaganda, guerra cognitiva e disinformazione. Così si conquista una società senza sparare un colpo.
Per decenni abbiamo immaginato la guerra come uno scontro tra eserciti. Carri armati, aerei, missili e soldati. Oggi tutto questo continua a esistere, come dimostra l’Ucraina, ma sarebbe un errore pensare che il conflitto inizi quando parte il primo colpo. La guerra del XXI secolo comincia molto prima e spesso si combatte nella mente delle persone.
L’invasione russa del 24 febbraio 2022 è stata la manifestazione più evidente di una strategia costruita negli anni precedenti. Prima dei carri armati sono arrivate la propaganda, la disinformazione, gli attacchi informatici e le operazioni di influenza. È ciò che definiamo guerra ibrida, una forma di conflitto che non punta soltanto a indebolire militarmente un avversario, ma a logorarne la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni e la capacità di distinguere il vero dal falso.
Non è un caso che anche e non solo ai vertici della NATO venga riconosciuto come la disinformazione rappresenti oggi uno degli strumenti più efficaci della guerra ibrida. Il suo obiettivo non è semplicemente diffondere notizie false, ma alterare la percezione della realtà, alimentando sfiducia, polarizzazione e confusione fino a rendere sempre più difficile distinguere i fatti dalle narrazioni costruite.
È qui che la guerra ibrida diventa guerra cognitiva. Non serve convincere tutti della stessa bugia. È molto più efficace fare in modo che nessuno sia più certo della verità. Quando ogni fonte viene considerata sospetta e ogni opinione sembra avere lo stesso valore dei fatti, una società diventa inevitabilmente più fragile.
Pensare che tutto questo riguardi soltanto altri Paesi sarebbe ingenuo. Anche in Italia assistiamo sempre più spesso a un fenomeno preoccupante. Di fronte a un’aggressione riconosciuta dal diritto internazionale, c’è ancora chi cerca giustificazioni per l’aggressore, fino a mettere sullo stesso piano chi invade e chi è costretto a difendersi.
Naturalmente il confronto è uno dei pilastri della democrazia. Ma il confronto presuppone il rispetto dei fatti. Un conto è discutere le scelte politiche o diplomatiche, un altro è costruire narrazioni che, consapevolmente o meno, finiscono per coincidere con gli obiettivi della propaganda di un Paese aggressore. La forza della propaganda moderna non sta nel convincere, ma nel dividere, confondere e rendere ogni verità discutibile.
I social network hanno amplificato enormemente questo fenomeno. Non perché siano uno strumento negativo, ma perché hanno reso istantanea la diffusione delle informazioni. I social rappresentano una straordinaria opportunità di comunicazione, divulgazione e crescita culturale. Possono informare, educare e avvicinare cittadini e istituzioni. Allo stesso tempo, però, creano modelli, linguaggi ed emulazione.
La differenza non è nello strumento, ma nell’uso che se ne fa. In alcune realtà vengono utilizzati prevalentemente per inseguire la viralità; in altre diventano veicolo di cultura, formazione ed educazione civica anche per i più giovani.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. L’IA non ha inventato la manipolazione della realtà. Prima dei deepfake esistevano già filtri, immagini ritoccate e rappresentazioni artificiali della perfezione. L’intelligenza artificiale ha semplicemente aumentato la velocità, la qualità e la credibilità di questi strumenti. Come ogni tecnologia, non è buona o cattiva in sé. Dipende sempre da chi la utilizza e con quali finalità.
La vera vulnerabilità rimane l’essere umano. Viviamo nell’epoca della massima disponibilità di informazioni e, paradossalmente, della minima disponibilità a verificarle. Condividiamo prima di leggere, leggiamo prima di approfondire e spesso cerchiamo soltanto conferme alle nostre convinzioni. È proprio questa debolezza che propaganda e disinformazione sfruttano.
Nello stesso terreno cresce anche il populismo. Evidenzia problemi reali, ma li riduce a slogan e a soluzioni apparentemente semplici, alimentando la convinzione che la complessità sia soltanto un’invenzione di chi governa. È anche così che alcuni modelli autoritari, eredi del mito dei grandi imperi del passato, riescono ancora ad esercitare fascino. Promettono decisioni rapide e risposte immediate, ma lo fanno sacrificando quelle libertà fondamentali che nelle democrazie permettono persino di criticare il potere. È il grande paradosso della libertà. Le democrazie proteggono anche chi le contesta, gli autoritarismi molto raramente fanno lo stesso.
Lo stesso equivoco accompagna il tema della Difesa. Parlare di deterrenza e capacità militari non significa preparare una guerra, ma fare in modo che non scoppi. La Difesa serve a valutare gli scenari, comprenderne i rischi e predisporre gli strumenti necessari affinché i conflitti possano essere evitati.
Il principio è antico quanto la storia. Perché i castelli venivano costruiti sulle montagne? Perché le fortezze erano circondate dall’acqua, protette da mura e ponti levatoi? Perché mettiamo grate alle finestre o vetri antiproiettile nelle banche? Perché viviamo nel Far West o perché preferiamo non facilitare il compito a chi volesse impossessarsi di ciò che appartiene ad altri?
La logica è identica. Prepararsi a difendersi non significa desiderare il conflitto, ma renderlo meno probabile. Oggi questa capacità significa sapersi proteggere dagli attacchi convenzionali, ma anche da quelli informatici, dalla propaganda, dalla disinformazione, dallo spionaggio e dalla guerra cognitiva. Perché le mura che difendono una democrazia non sono più soltanto di pietra. Sono fatte di conoscenza, spirito critico e consapevolezza. E saranno queste, sempre più, a determinare la nostra sicurezza.




