Tra diritto internazionale e diplomazia, la vera sfida resta difendere la dignità umana senza cedere né agli estremismi né alla propaganda.
Ci sono momenti in cui il mondo sembra perdere la capacità di distinguere il confine tra sicurezza e abuso, tra difesa e sopraffazione, tra giustizia e vendetta. Quanto accaduto con la Flottiglia diretta verso Gaza e le immagini diffuse dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir rientrano purtroppo in uno di questi momenti.
La vicenda nasce dalla missione partita dalla Turchia con l’obiettivo di raggiungere Gaza e contestare il blocco israeliano. L’intervento delle forze di sicurezza israeliane, avvenuto in acque internazionali, ha portato al fermo di diversi attivisti e alla diffusione di immagini che hanno suscitato indignazione internazionale. Persone bendate, inginocchiate, ammanettate. Racconti di umiliazioni e violenze. Scene che, al netto delle appartenenze politiche o ideologiche, pongono una questione che dovrebbe restare universale: il rispetto della dignità umana.
Perché l’uso della forza, fisica e non solo, non giustifica mai il fine quando diventa sproporzionato e si trasforma in strumento di attacco più che di difesa. È lo stesso principio che distingue l’aggressore dall’aggredito, soprattutto quando si opera in un contesto delicato come quello delle acque internazionali, dove il diritto internazionale non può essere evocato soltanto quando conviene e ignorato quando rappresenta un limite alle proprie azioni.
In un mondo sempre più confuso, dove le tifoserie ideologiche sembrano aver sostituito il ragionamento e la lucidità, servirebbe invece la capacità di mantenere equilibrio. Ed è probabilmente questa la chiave con cui leggere anche la posizione italiana. Una linea che forse non soddisfa gli estremismi opposti, ma che tenta di tenere insieme due elementi essenziali: la ferma condanna degli abusi e la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico.
Perché non tagliare i ponti non significa servilismo, né debolezza, né ricatto. Significa lasciare aperto uno spazio di manovra. Si chiama diplomazia, ed è spesso l’unico strumento rimasto quando tutto il resto fallisce. Proprio per questo la richiesta italiana di valutare sanzioni europee nei confronti di Ben-Gvir assume un peso politico rilevante. Non una rottura totale con Israele, ma il tentativo di segnare una linea rossa che non può essere oltrepassata.
Condannare quanto accaduto, però, non deve trasformarsi nell’ennesima occasione per alimentare odio, propaganda o semplificazioni ideologiche, dove automaticamente è giusto chi si schiera da una parte e colpevole chiunque provi a mantenere una posizione più complessa. Si possono condannare con fermezza i mezzi utilizzati senza necessariamente condividere le modalità, i simboli o le finalità con cui certe iniziative verso Israele vengono organizzate e raccontate.
Non è vero che i governi siano rimasti immobili davanti alla sofferenza della popolazione civile di Gaza. Esistono testimonianze concrete di sostegno umanitario, corridoi di assistenza, aiuti sanitari e supporto logistico portati avanti anche dall’Italia in questi anni, come più volte documentato tanto dal Ministero degli Esteri quanto dalla Difesa. Spesso il lavoro diplomatico e umanitario più efficace è proprio quello che si muove lontano dai riflettori.
Bisognerebbe avere l’intelligenza e l’onestà intellettuale di comprendere che certe dinamiche, anche quando fortemente ideologiche, non modificano la verità dei fatti. Ed è per questo che oggi servono soprattutto serietà e pragmatismo. Perché molte azioni diplomatiche non si manifestano nel clamore mediatico, non si trasformano in slogan o passerelle, ma operano in silenzio per mantenere aperti canali di dialogo, costruire mediazioni e garantire, spesso più di quanto si immagini, condizioni di maggiore sicurezza e stabilità anche per chi attraversa quei mari.
Ed è proprio questo il punto centrale. Non si tratta di stabilire chi siano i “buoni” o i “cattivi” in un conflitto che da anni consuma vite, verità e coscienze. Non si tratta di tifare una bandiera contro un’altra. Si tratta di riconoscere che esistono limiti che nessuna democrazia dovrebbe superare. Il rispetto del diritto internazionale e della dignità delle persone è uno di questi.
La storia, troppo spesso, non insegna nulla. O forse siamo noi a non voler imparare davvero da essa. E così assistiamo a un drammatico paradosso: popoli che hanno conosciuto sulla propria pelle persecuzioni e atrocità rischiano oggi, almeno in parte della loro classe dirigente, di utilizzare quel passato come giustificazione per metodi che non possono essere accettati.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere le responsabilità di alcuni con un intero popolo. Molti cittadini israeliani non si riconoscono in una politica sempre più aggressiva e radicale, così come milioni di persone di fede musulmana rifiutano il terrorismo e l’estremismo. Il rischio più grande, oggi, è trasformare una guerra contro il terrorismo in uno scontro identitario o religioso. Sarebbe un errore devastante. Nessuna fede dovrebbe diventare il pretesto per alimentare odio o violenza. Ogni religione dovrebbe invece richiamare al rispetto dell’altro, alla convivenza e alla pace.
Quanto accaduto con la Flottiglia, le posizioni espresse da Ben-Gvir, la questione della pena di morte evocata in questi mesi e ciò che continua ad accadere a Gaza e in Cisgiordania non possono essere giustificati. Così come non può e non deve essere cancellato dalla memoria il 7 ottobre, la barbarie terroristica di Hamas e quella spirale di violenza che ha riaperto ferite profondissime.
Condannare Hamas con fermezza è doveroso. Ma altrettanto doveroso è evitare che quella condanna si trasformi in una caccia alle streghe indistinta contro un intero popolo, una religione o una comunità. La responsabilità è individuale, politica e morale. Mai collettiva.
Ed è forse questa la sfida più difficile del nostro tempo: riuscire a restare umani anche quando il mondo sembra smarrire la propria umanità.




