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DALL’IDOLATRIA ALLA GOGNA – LA MORTE IN DIRETTA TIKTOK A 26 ANNI DELL’INFLUENCER GIAPPONESE MINA CHAN RIAPRE IL DIBATTITO SUL LATO OSCURO DELLE COMMUNITY K-POP

DALL’IDOLATRIA ALLA GOGNA – LA MORTE IN DIRETTA TIKTOK A 26 ANNI DELL’INFLUENCER GIAPPONESE MINA CHAN RIAPRE IL DIBATTITO SUL LATO OSCURO DELLE COMMUNITY K-POP
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Tempo di lettura: 5 min

In breve

LA RAGAZZA ERA FINITA NEL MIRINO DI UNA PARTE DEI FAN DEGLI ENHYPEN, POPOLARE GRUPPO K-POP SUDCOREANO, DOPO UN EPISODIO AVVENUTO DURANTE UN "FANSIGN". POLEMICHE, ATTACCHI, MINACCE E SCUSE PUBBLICHE – UNA VICENDA CHE INTERROGA SUL POTERE DELLE FOLLE DIGITALI E SULLA…

LA RAGAZZA ERA FINITA NEL MIRINO DI UNA PARTE DEI FAN DEGLI ENHYPEN, POPOLARE GRUPPO K-POP SUDCOREANO, DOPO UN EPISODIO AVVENUTO DURANTE UN “FANSIGN“. POLEMICHE, ATTACCHI, MINACCE E SCUSE PUBBLICHE – UNA VICENDA CHE INTERROGA SUL POTERE DELLE FOLLE DIGITALI E SULLA GOGNA SENZA FINE DEI SOCIAL.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nella storia di Mina Chan. E proprio per questo sarebbe un errore ridurla all’ennesimo racconto sul “lato oscuro del K-pop”.

L’influencer giapponese, 26 anni e una presenza consistente sui social – oltre 80 mila follower su TikTok, 78 mila su Instagram e quasi 12 mila su X secondo la ricostruzione pubblicata – è morta il 5 agosto a Seoul. La sua morte è avvenuta durante una diretta su TikTok alla quale, secondo quanto riportato, avrebbero assistito migliaia di persone.

È un episodio sul quale occorre usare cautela. Non soltanto per rispetto della vittima, ma perché davanti a un suicidio la ricerca immediata di una causa, di un responsabile o di una spiegazione semplice rischia di trasformare una tragedia complessa in una sentenza.

Quello che sappiamo è che nelle settimane precedenti Mina Chan era stata investita da una violenta polemica all’interno del fandom degli ENHYPEN, gruppo sudcoreano che aveva seguito durante alcune date negli Stati Uniti.

Tutto sarebbe partito da un episodio apparentemente insignificante. Durante un incontro con la band, l’influencer aveva consegnato dei fiori a Sunoo chiedendogli di far arrivare delle rose a Ni-ki, altro componente del gruppo. Un gesto che, nell’universo estremamente codificato di alcuni fandom K-pop, è stato interpretato come la violazione di una serie di regole non scritte: utilizzare un membro per avvicinarne un altro, cercare un trattamento particolare, distinguersi dagli altri fan.

Da lì la macchina digitale avrebbe cominciato a girare.

Mina Chan aveva pubblicato il 31 luglio un messaggio di scuse nel quale riconosceva di essersi illusa, partecipando a numerosi incontri con gli ENHYPEN, di essere diventata più vicina ai componenti del gruppo di quanto fosse realmente.

Ma nell’epoca del tribunale permanente dei social network chiedere scusa non sempre chiude un caso. A volte lo alimenta.

Secondo la ricostruzione, gli attacchi sarebbero proseguiti, con messaggi aggressivi e inviti ad abbandonare il fandom. Dopo la sua morte sono esplose inevitabilmente le accuse contro una parte della comunità online e contro Ni-ki, al quale alcuni utenti rimproverano di non aver valutato le conseguenze che determinate parole possono avere quando vengono pronunciate davanti a una fanbase enorme. La casa discografica BELIFT Lab, secondo la fonte, non aveva preso posizione sulla vicenda.

Ma fermarsi alla domanda “di chi è la colpa?” rischia di far perdere di vista la questione più importante.

Il problema è il potere che hanno assunto le folle digitali.

Un fandom nasce dalla condivisione di una passione. Può creare amicizie, identità, appartenenza. Nel K-pop è diventato addirittura una parte essenziale del modello industriale: non esistono soltanto gli artisti e il loro pubblico, ma comunità organizzate che acquistano dischi, seguono classifiche, partecipano agli eventi, producono contenuti, difendono i propri idol e contribuiscono materialmente alla loro notorietà.

Il confine tra partecipazione e controllo, però, può diventare sottilissimo.

Quando una comunità sviluppa codici propri, gerarchie, comportamenti consentiti e proibiti, la pressione del gruppo può trasformarsi in qualcosa di molto diverso dalla semplice critica. Il dissenso diventa trasgressione. L’errore diventa colpa. E la punizione non arriva da un’autorità riconoscibile, ma da centinaia o migliaia di account che possono convergere contemporaneamente sulla stessa persona.

È la gogna senza piazza.

E soprattutto senza un momento preciso in cui la piazza si svuota.

Un tempo si poteva uscire da una stanza nella quale si era stati insultati. Oggi quella stanza è nello smartphone che teniamo in tasca. Le notifiche arrivano di giorno e di notte. Il giudizio degli altri accompagna la persona a casa, a letto, al lavoro. E la distinzione tra vita pubblica e privata diventa quasi impossibile.

Il K-pop porta questa dinamica all’estremo perché nasce all’interno di un’industria fondata su una gestione minuziosa dell’immagine.

Gli aspiranti idol possono entrare giovanissimi nei programmi di formazione delle etichette, sottoponendosi ad anni di preparazione, regole sulla vita quotidiana, formazione linguistica, gestione dell’immagine e controllo del peso. La fonte descrive un sistema nel quale l’artista viene progressivamente trasformato anche in un vero e proprio asset aziendale.

Ma la pressione non riguarda più soltanto chi sta sul palco.

Riguarda anche chi sta dall’altra parte dello schermo.

Gli stessi social network che hanno abbattuto la distanza tra star e pubblico hanno creato l’illusione di un’intimità permanente. L’idol parla direttamente al fan. Il fan commenta. Riceve una risposta. Partecipa a un firmacopie. Compra l’accesso a un incontro. Conserva una fotografia. E quella relazione, che resta inevitabilmente asimmetrica e commerciale, può essere percepita come personale.

È qui che nasce uno dei grandi paradossi dell’economia dell’attenzione: l’industria vende vicinanza ma deve continuamente ristabilire la distanza.

E quando quel confine viene superato, entrano in azione regole aziendali, staff, sicurezza e, sempre più spesso, gli stessi fandom.

La vicenda di Mina Chan dovrebbe allora interessarci anche se non abbiamo mai ascoltato una canzone degli ENHYPEN.

Perché parla del modo in cui stiamo imparando a vivere insieme nell’era digitale.

Abbiamo costruito piattaforme capaci di collegare milioni di persone, ma non abbiamo ancora costruito anticorpi altrettanto potenti contro la violenza collettiva che quelle stesse piattaforme possono amplificare.

La responsabilità individuale non scompare dentro una folla digitale. Al contrario, rischia di diventare ancora più importante: ogni insulto può sembrare irrilevante per chi lo scrive, ma dall’altra parte dello schermo una persona può riceverne centinaia.

E nessuno vede necessariamente l’intero peso della valanga.

Per questo la morte di Mina Chan non dovrebbe diventare un processo sommario contro il K-pop, contro un artista o contro milioni di fan. Sarebbe soltanto un’altra forma dello stesso meccanismo che dovremmo provare a comprendere.

Dovrebbe invece costringerci a porre una domanda più difficile.

Quanto potere siamo disposti a consegnare alla folla quando la folla non ha più un volto, non dorme mai e vive ventiquattr’ore al giorno dentro il nostro telefono?

(Foto: Mina Chan via Ig)

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