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Home Analisi & Opinioni

Gli opposti si attraggono

Gli opposti si attraggono
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Quando gli estremi finiscono per assomigliarsi più di quanto vogliano ammettere e la realtà mette in crisi gli slogan della politica

Si dice spesso che gli estremi finiscano per toccarsi. Una formula forse abusata, ma che in alcuni momenti della politica italiana sembra trovare una rappresentazione concreta.

È il caso del generale Roberto Vannacci, figura considerata da molti tra le più identitarie della destra italiana, che oggi si ritrova sempre più spesso ospite di trasmissioni, giornali e commentatori tradizionalmente collocati nell’area progressista. Un paradosso che racconta molto più delle difficoltà della politica italiana che non del fenomeno Vannacci stesso.

Negli ultimi anni una parte della sinistra ha progressivamente ridefinito le proprie posizioni su temi come la guerra in Ucraina, la NATO, la Difesa e il riarmo. Una trasformazione che ha prodotto fratture evidenti e che, su alcune questioni internazionali, ha finito per avvicinare mondi che fino a poco tempo fa apparivano inconciliabili. Non sarebbe neppure la prima volta che gli schemi tradizionali saltano. Basti ricordare l’esperienza del governo giallo-verde, quando Giuseppe Conte sostenne politiche migratorie promosse dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, misure che oggi vengono giudicate da alcuni degli stessi protagonisti con criteri molto diversi rispetto al passato.

Da qui nasce una domanda legittima. Qual è oggi la linea politica del Movimento 5 Stelle? Sul piano internazionale, economico e della sicurezza nazionale, il partito appare spesso oscillare tra posizioni differenti, adattandosi più alle convenienze del momento che a una visione strategica chiaramente riconoscibile. Una condizione che rende difficile comprendere quale sia la proposta politica di lungo periodo.

Anche l’attenzione riservata a Vannacci da ambienti normalmente ostili alla destra sembra inserirsi in questo contesto. Più che una condivisione di idee, appare talvolta il sintomo di una difficoltà più ampia nel costruire una proposta politica credibile e una classe dirigente capace di sostenere il confronto pubblico su temi complessi.

Qualcuno sostiene provocatoriamente che un voto a Futuro Nazionale finisca per favorire indirettamente la sinistra. Un’affermazione che può apparire paradossale, ma che nasce da una riflessione politica precisa. In un quadro in cui il campo progressista fatica a trovare una sintesi condivisa, una leadership riconosciuta e una proposta alternativa realmente competitiva, la crescente attenzione verso una figura esterna come Vannacci sembra talvolta rispondere più all’esigenza di indebolire l’attuale maggioranza che alla costruzione di un progetto politico autonomo. In questa prospettiva, l’outsider di destra rischia di trasformarsi, volontariamente o meno, nell’ennesimo strumento di una partita che si gioca tutta all’interno delle difficoltà dell’opposizione.

Il problema, però, non riguarda soltanto gli schieramenti. Riguarda soprattutto il modo in cui si affrontano le grandi questioni del nostro tempo. Il contesto attuale richiede politiche serie, capaci di dialogare con tutti senza cedere agli estremismi. Servono scelte anche difficili, ma fondate sulla realtà e non sulla ricerca del consenso immediato.

È qui che emerge il limite del populismo. Il populismo raramente parte da principi sbagliati. Pace, uguaglianza, giustizia sociale, tutela dei diritti e sicurezza sono obiettivi condivisibili da chiunque. Il problema nasce quando si passa dai principi alla loro concreta realizzazione. È facile descrivere il mondo come dovrebbe essere; molto più difficile è confrontarsi con il mondo per quello che è.

Prendiamo il tema della violenza contro le donne. È vero che ogni omicidio deve essere perseguito con la stessa fermezza, indipendentemente dal sesso della vittima. Ma è altrettanto vero che esistono fenomeni che presentano caratteristiche specifiche e che richiedono strumenti adeguati. Ignorare le dinamiche culturali e sociali che alimentano la violenza e il controllo sulla libertà femminile non aiuta a risolvere il problema. Significa rinunciare a comprenderlo fino in fondo.

Lo stesso vale per quelle realtà in cui alle donne viene negata una piena autonomia personale, dove l’accesso allo studio, al lavoro o alla vita pubblica è limitato e dove l’orientamento sessuale può diventare motivo di discriminazione o persecuzione. Difendere i diritti significa avere il coraggio di denunciare queste situazioni sempre, senza eccezioni e senza doppi standard, indipendentemente dall’origine culturale, religiosa o geografica dei fenomeni.

Questa coerenza spesso sembra mancare a una parte della sinistra occidentale, pronta a denunciare alcune discriminazioni e molto più prudente nel condannarne altre quando rischiano di entrare in conflitto con determinate sensibilità ideologiche. È una contraddizione che finisce per indebolire la credibilità delle stesse battaglie che si intendono difendere.

Lo stesso schema si ritrova nel dibattito sulla Difesa. Da anni una parte della politica conduce campagne contro il riarmo e contro l’aumento delle spese militari. Eppure molte delle decisioni oggi contestate sono state approvate o sostenute dagli stessi partiti quando si trovavano al governo, a partire dagli impegni assunti in ambito NATO. È difficile chiedere serietà ai cittadini quando la memoria politica sembra durare meno di una legislatura.

In un mondo attraversato da guerre, competizione tecnologica, instabilità energetica, pressioni migratorie e tensioni geopolitiche crescenti, servirebbe una politica meno concentrata sugli slogan e più orientata alle soluzioni. Una politica capace di distinguere tra ciò che è desiderabile e ciò che è concretamente realizzabile.

In questo contesto, al di là delle appartenenze politiche, va riconosciuto che l’attuale Governo si è trovato a gestire contemporaneamente alcuni dei dossier più complessi degli ultimi decenni. Dalla guerra in Ucraina alla crisi in Medio Oriente, dalla sicurezza energetica ai flussi migratori, fino alle sfide della Difesa e della competitività industriale europea. Temi che richiedono equilibrio, credibilità internazionale e capacità di assumere decisioni spesso scomode.

Le critiche sono parte integrante della democrazia e il confronto politico è necessario. Diverso è trasformare ogni questione in uno scontro personale, sostituendo il dibattito sui contenuti con l’attacco sistematico a chi è chiamato a governare. Negli ultimi anni si è assistito troppo spesso a una polarizzazione che ha privilegiato slogan, etichette e campagne mediatiche rispetto al confronto sulle soluzioni.

Eppure la realtà continua a presentare il conto. Le crisi internazionali non attendono i tempi della propaganda, i mercati non reagiscono agli slogan e la sicurezza nazionale non può essere affrontata attraverso narrazioni ideologiche. Richiede competenza, pragmatismo e una visione di lungo periodo. È ciò che alcuni Ministri stanno cercando di fare, assumendosi la responsabilità di affrontare problemi complessi e di spiegarli ai cittadini. Un compito difficile, soprattutto quando una parte della politica preferisce fingere che tali complessità non esistano e continuare a proporre soluzioni semplici a problemi che semplici non sono.

Perché la vera sfida non è vincere una battaglia sui social o costruire una narrazione efficace per qualche settimana. La vera sfida è governare la complessità senza rinunciare ai propri principi, tutelando gli interessi nazionali in un contesto internazionale sempre più instabile. Ed è proprio qui che si misura la differenza tra propaganda e responsabilità di governo.

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