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Amore e sicurezza: perché i legami emotivi sono diventati un’infrastruttura strategica

Amore e sicurezza: perché i legami emotivi sono diventati un’infrastruttura strategica
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Tempo di lettura: 4 min

In breve

Nel dibattito contemporaneo su sicurezza, difesa e guerra ibrida, esistono concetti che restano sistematicamente ai margini. Non perché irrilevanti, ma perché difficili da incasellare nei linguaggi tradizionali della strategia.Uno di questi è l’amore. In un recente e denso contributo pubblicato su START…

Nel dibattito contemporaneo su sicurezza, difesa e guerra ibrida, esistono concetti che restano sistematicamente ai margini. Non perché irrilevanti, ma perché difficili da incasellare nei linguaggi tradizionali della strategia.
Uno di questi è l’amore.

In un recente e denso contributo pubblicato su START InSight, Valentina Ciappina, direttrice del Torino Crime, propone una lettura radicale e controintuitiva: l’amore non come sentimento privato, ma come variabile strategica nella sicurezza cognitiva delle società contemporanee.

La guerra non è più solo sul territorio, ma nella mente

Negli ultimi anni, anche in Europa, il lessico della difesa si è trasformato. Termini come sicurezza cognitiva, resilienza epistemica e guerra ibrida sono entrati nei documenti ufficiali e nelle analisi strategiche.
L’UE e i governi nazionali riconoscono ormai che non si difendono solo confini e infrastrutture, ma anche processi decisionali, fiducia collettiva e percezione della realtà.

La manipolazione dell’informazione, la disinformazione strutturale e le operazioni di influenza mirano sempre meno a convincere e sempre più a confondere, logorare, relativizzare. L’obiettivo non è imporre una verità alternativa, ma rendere tutte le verità equivalenti e quindi inutilizzabili.

È in questo spazio che, secondo Ciappina, emerge un punto focale:
si parla molto di come proteggere i cittadini dalla disinformazione, molto meno di che cosa renda una persona strutturalmente meno manipolabile.

L’amore come modulatore cognitivo

L’amore, nella sua forma concreta e non retorica, agisce come un modulatore cognitivo.
Riorienta le priorità, ridefinisce il peso del rischio, rallenta l’impulsività decisionale. Introduce un vincolo che nessuna operazione di propaganda può replicare: la responsabilità verso qualcuno che non si è disposti a sacrificare.

Una madre con un figlio al fronte, una famiglia sotto le bombe, un legame affettivo minacciato dalla radicalizzazione: in questi casi, la guerra ibrida smette di essere una narrazione astratta. Diventa realtà verificabile, sottoposta a un test empirico brutale:
“Cosa succede davvero a chi amo?”

Questo meccanismo riduce la distanza tra livello strategico ed esistenziale. Le decisioni prese in un vertice internazionale collassano immediatamente nella vita quotidiana. È qui che l’amore diventa, di fatto, una funzione di controllo della realtà.

Perché la propaganda funziona meglio sulle società isolate

Le guerre ibride puntano sistematicamente a frammentare, isolare, polarizzare.
Non è un caso: individui soli, privi di legami forti, sono più esposti alla manipolazione emotiva, più reattivi, più disponibili a narrazioni rassicuranti o identitarie.

Una società che erode i legami affettivi, comunitari e intergenerazionali indebolisce anche la propria difesa cognitiva.
Al contrario, reti di sicurezza sociale e responsabilità reciproca producono menti più riflessive e meno manovrabili.

Democrazia, tempo e guerra cognitiva

Questo discorso diventa particolarmente rilevante nelle democrazie esposte a stress strategici e interferenze esterne.
Quando il consenso politico viene costruito su finestre emotive di breve periodo – paura, stanchezza, risentimento – il rischio è trasformare il voto in una consultazione sullo stato d’animo, non sulla direzione di marcia.

L’amore introduce invece un diverso rapporto con il tempo.
Chi si percepisce come nodo di una rete affettiva tende a valutare le conseguenze a medio-lungo termine, abbassando il “tasso di sconto” sul futuro.

Sicurezza europea e legami

Anche sul piano europeo, la questione è centrale.
La difesa comune non si fonda solo su industria e capacità militari, ma sulla disponibilità delle opinioni pubbliche a riconoscere la sicurezza dell’altro come parte della propria.

Senza una forma minima di empatia strutturata, l’Europa resta una somma di interessi contingenti. Con essa, può diventare uno spazio in cui la vulnerabilità altrui entra nella funzione di utilità collettiva. È ciò che i filosofi chiamerebbero, in senso laico, amor mundi.

Una conclusione scomoda ma strategica

La tesi di fondo è semplice e scomoda:
una società che distrugge i legami è una società più vulnerabile alla guerra ibrida.

Parlare di scudi cognitivi, neurorights o sovranità digitale senza chiedersi che cosa e chi i cittadini vogliono proteggere significa costruire mura senza definire la città.

In questo senso, l’amore non è un ornamento morale del discorso sulla sicurezza.
È una infrastruttura invisibile, ma decisiva.


Testo ispirato all’articolo di Valentina Ciappina, “Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi”, pubblicata su START InSight, 11 dicembre 2025.

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