Industria strategica a casa propria, “riarmo” quando decide il Governo. Il curioso doppio metro di una certa politica “stellata” che scopre il valore della Difesa solo quando conviene.
A Pomigliano d’Arco apre un nuovo polo dell’industria della Difesa. Si investe, si produce, si creano posti di lavoro, si trattengono competenze e si rafforza la capacità dell’Italia di costruire sul proprio territorio strumenti necessari alla propria sicurezza. Ed è una buona notizia. Lo è per la Campania, per chi troverà un’occupazione, per le imprese coinvolte e per un Paese che, dopo anni trascorsi a dare quasi per scontato che qualcun altro avrebbe provveduto alla sua sicurezza, sta riscoprendo quanto sia importante possedere una propria capacità industriale e tecnologica. Fa bene, quindi, un’amministrazione regionale a sostenere un investimento di questo tipo. Il problema non è questo. Il problema nasce quando la stessa politica che sul territorio riconosce il valore dell’industria della Difesa, a Roma torna a raccontare gli investimenti militari quasi esclusivamente come una sottrazione di risorse a scuole, ospedali e politiche sociali. È qui che il vecchio “fai come dico, non fare come faccio” smette di essere soltanto un modo di dire. Perché se produrre sistemi per la Difesa significa lavoro quando la fabbrica è nella propria regione, non si capisce perché acquistare quegli stessi sistemi debba diventare improvvisamente uno spreco quando la decisione viene presa dal Governo nazionale. Se mantenere competenze e produzione in Italia è un valore, dovrebbe esserlo sempre. Se invece si ritiene che investire nella Difesa sia sbagliato per principio, bisognerebbe avere la coerenza di sostenerlo anche quando quegli investimenti portano occupazione a casa propria. Le due cose insieme diventano difficili da spiegare senza ammettere che, qualche volta, i principi sembrano adattarsi molto bene alle convenienze. È una contraddizione particolarmente evidente per il Movimento 5 Stelle, che continua a contestare l’aumento delle spese militari e le politiche di rafforzamento della Difesa, ma sarebbe sbagliato fingere che il problema riguardi soltanto i Cinque Stelle. Il populismo su questi temi attraversa schieramenti diversi. Anche altrove non manca chi preferisce uno slogan facile alla responsabilità di spiegare che sicurezza e libertà hanno un costo e che governare significa assumersi anche decisioni impopolari. Il punto, quindi, non è stabilire chi abbia il monopolio della coerenza. È pretendere almeno che lo stesso metro utilizzato per giudicare gli altri venga applicato a se stessi. Soprattutto in una politica nella quale, quando governa l’avversario, si arriva a chiedere spiegazioni pubbliche praticamente anche per un calzino bucato, mentre quando la contraddizione riguarda casa propria compaiono immediatamente distinguo, eccezioni e interpretazioni. Eppure sulla Difesa servirebbe meno propaganda e molto più pragmatismo. Avere armi non significa voler fare la guerra, così come avere Forze Armate preparate non significa desiderare di impiegarle. Significa anche fare in modo che chi pensa di aggredirti sappia che farlo avrebbe un costo. È il principio della deterrenza, che non garantisce da solo la pace ma contribuisce a renderla possibile. La Guerra fredda non rimase fredda esclusivamente per l’equilibrio degli armamenti. Ci furono diplomazia, alleanze, negoziati e momenti nei quali il mondo arrivò pericolosamente vicino allo scontro. Ma la consapevolezza che dall’altra parte esistesse una capacità di risposta ebbe un peso enorme. In parole molto semplici, per decenni due avversari si sono guardati sapendo che superare un certo limite avrebbe avuto conseguenze che nessuno dei due poteva permettersi. Ringraziando Dio, quel limite non fu superato. E questo dovrebbe bastare per comprendere che deterrenza e guerra non sono sinonimi. In alcuni casi la prima serve proprio a evitare la seconda. Continuare allora a ridurre il dibattito alla scelta tra “armi o ospedali”, “Difesa o scuole”, è una scorciatoia che può funzionare in campagna elettorale ma molto meno nella realtà. Uno Stato serio deve costruire ospedali, finanziare scuole, sostenere chi è in difficoltà e contemporaneamente essere capace di difendere ospedali, scuole, cittadini, infrastrutture e istituzioni. Perché possiamo investire quanto vogliamo in ciò che rende migliore una società, ma dobbiamo anche avere gli strumenti per proteggere quella società. La sicurezza non viene dopo la democrazia e neppure prima. È una delle condizioni che consentono alla democrazia di continuare a esistere. Forse vale la pena ricordarlo in un Paese molto attento, giustamente, ai diritti garantiti dalla Costituzione ma qualche volta meno interessato ai doveri che quella stessa Costituzione richiama. L’articolo 52 usa parole che non lasciano molto spazio alle interpretazioni quando stabilisce che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Nella stessa Costituzione c’è l’articolo 11, che ripudia la guerra come strumento di offesa. Non c’è alcuna contraddizione. L’Italia rifiuta la guerra di aggressione e riconosce il dovere di difendere la Patria. Semmai la contraddizione nasce quando si cita volentieri il primo principio e si dimentica sistematicamente il secondo. Perché essere una democrazia non ci rende automaticamente immuni dalle minacce e dichiararsi pacifisti non obbliga il resto del mondo a esserlo con noi. Le autocrazie e le dittature non smettono di esistere perché decidiamo di non occuparcene. E la storia dovrebbe averci insegnato che la libertà può sembrare scontata soprattutto a chi non ha mai dovuto rischiare di perderla. Da qui nasce anche il valore di possedere un’industria nazionale della Difesa. Non è soltanto una questione di armamenti. È capacità di progettare, produrre, innovare, mantenere competenze, offrire lavoro qualificato e soprattutto non trovarsi completamente dipendenti dalle decisioni di qualcun altro nel momento in cui dovessimo avere bisogno di difenderci. Per questo Pomigliano è una buona notizia. E proprio per questo diventa uno specchio abbastanza impietoso delle contraddizioni della politica. Dimostra che, quando si abbandona per qualche minuto il terreno degli slogan e si entra in quello dell’amministrazione concreta, anche ciò che fino al giorno prima veniva raccontato come il simbolo del riarmo può assumere improvvisamente il volto molto più rassicurante di un posto di lavoro, di un giovane ingegnere che non deve andare all’estero, di un’impresa che cresce e di un territorio che attira investimenti. Non c’è niente di male. Al contrario, significa aver compreso la realtà. Sarebbe però auspicabile ricordarsene anche quando quella stessa realtà diventa meno conveniente da raccontare. E forse bisognerebbe recuperare senza imbarazzo anche un’altra parola, Patria. Non è una parola di destra e non dovrebbe essere una parola contro la sinistra. L’amor di Patria, il senso dello Stato, la responsabilità di difendere la comunità alla quale apparteniamo non sono patrimonio esclusivo di una parte politica. Dovrebbero appartenere a tutti, almeno a chi conserva un minimo di coscienza storica. Ogni anno rendiamo omaggio al Milite Ignoto. Lo facciamo davanti all’Altare della Patria, ricordando attraverso un soldato senza nome tutti coloro che hanno combattuto e sono morti. Quella memoria, però, perde una parte del suo significato se resta confinata al giorno della deposizione di una corona. Ricordare quei giovani non significa celebrare la guerra. Significa comprendere quanto sia costata la storia che ci ha consegnato il Paese nel quale oggi possiamo discutere liberamente, dissentire, votare, manifestare e perfino sostenere che difendersi non serva. Sono libertà preziose proprio perché non sono scontate. La pace va cercata con la diplomazia, il dialogo, le alleanze e il diritto internazionale, ma una democrazia deve anche essere nelle condizioni di proteggersi. Questo è il pragmatismo che oggi guida la linea italiana sulla Difesa e che dovrebbe essere sottratto alla convenienza del momento. Si può discutere su quanto spendere, su quali programmi finanziare e su quali scelte siano realmente necessarie. Anzi, bisogna farlo. Ma un conto è discutere delle scelte, un altro è trasformare la Difesa in uno spauracchio quando conviene e in un’eccellenza industriale quando porta lavoro nel proprio collegio elettorale. Pomigliano, allora, racconta due buone notizie. La prima è che l’Italia continua a possedere capacità industriali che molti altri vorrebbero avere. La seconda è che persino chi diffida politicamente degli investimenti nella Difesa, quando deve confrontarsi con la realtà, finisce per riconoscerne il valore. Ora resta soltanto da fare l’ultimo passo, forse quello più difficile: avere il coraggio di dirlo anche quando non conviene.




