Guerre, deterrenza e controllo degli stretti ridisegnano la mappa delle alleanze. Dall’asse Turchia-Arabia Saudita-Pakistan al Corno d’Africa, il nuovo baricentro geopolitico passa per Medio Oriente e Mar Rosso.
Il baricentro del mondo di oggi sembra aver spostato il proprio asse verso il Medio Oriente. Anni di conflitti, crisi e instabilità stanno producendo nuove fratture ma, allo stesso tempo, favoriscono la nascita di nuovi assi e nuove alleanze, costruiti sempre più sulla convergenza di interessi economici, strategici e di sicurezza.
In questo quadro si inserisce il nuovo asse tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Fino a poco tempo fa Riad sembrava muoversi verso un’intesa strategica sempre più stretta con Washington, nella quale trovavano spazio anche la cooperazione sul nucleare civile e la possibile normalizzazione dei rapporti con Israele attraverso l’adesione agli Accordi di Abramo. Il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno però profondamente modificato questo percorso.
Secondo alcune interpretazioni, proprio uno degli obiettivi strategici perseguiti dall’Iran attraverso Hamas e la propria rete di proxy sarebbe stato quello di impedire, o quantomeno rallentare, il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Israele. Una normalizzazione che, dopo quella tra lo Stato ebraico e gli Emirati Arabi Uniti, avrebbe prodotto un ulteriore cambiamento degli equilibri regionali.
Guerre, elezioni, energia e deterrenza nucleare diventano così vere e proprie placche tettoniche geopolitiche, capaci di spostare equilibri apparentemente consolidati e ridisegnare alleanze.
È in questo scenario che Arabia Saudita e Pakistan hanno costruito il primo nucleo dell’intesa, cui si è successivamente aggiunta la Turchia, arrivando alla formalizzazione del nuovo “Accordo della Mecca”. Il principio è quello della difesa reciproca: un attacco contro uno dei Paesi aderenti viene considerato un attacco contro tutti. Nasce così un’alleanza tra tre importanti potenze sunnite, diverse ma per molti aspetti complementari: la capacità finanziaria ed energetica saudita, la forza militare e industriale turca e la deterrenza nucleare pakistana.
Qualcuno ha già definito questa nuova architettura una sorta di “NATO mediorientale”. Una definizione suggestiva, soprattutto se si considera la particolare posizione della Turchia. Ankara è infatti già membro della NATO e uno dei suoi principali attori militari, protagonista di un’Alleanza nella quale continua a rivendicare un ruolo centrale, come testimoniato anche dal recente summit di Ankara dello scorso luglio.
La partecipazione turca all’Accordo della Mecca non va quindi necessariamente interpretata come un’alternativa all’Alleanza Atlantica. Può essere letta, piuttosto, come un ulteriore livello della strategia di Ankara: rimanere saldamente inserita nell’architettura di sicurezza euro-atlantica e, contemporaneamente, costruire propri spazi di influenza, cooperazione e leadership nel mondo musulmano e nel Medio Oriente.
Ed è proprio qui che l’Accordo della Mecca acquista un significato che va oltre la semplice nascita di una nuova alleanza. Più che assistere alla formazione di blocchi rigidamente contrapposti, stiamo entrando in un sistema di geometrie di sicurezza sovrapposte, nel quale uno stesso Paese può appartenere contemporaneamente a più architetture e utilizzarle per ampliare il proprio peso negoziale.
La Turchia diventa così una sorta di cerniera tra due sistemi: quello euro-atlantico e quello che sta prendendo forma tra Golfo, Mediterraneo orientale e Asia meridionale. Una posizione che può accrescere il peso di Ankara tanto nei confronti degli alleati occidentali quanto nel dialogo con le potenze regionali.
Anche il nome scelto per l’accordo possiede inevitabilmente un forte significato simbolico. La Mecca richiama immediatamente una dimensione che va oltre la semplice cooperazione militare e contribuisce a definire il perimetro politico e culturale nel quale questa nuova architettura potrebbe svilupparsi. Le porte vengono dichiarate aperte ad altri Paesi, Egitto compreso, ma la natura stessa dell’intesa permette già di intuire chi potrebbe essere interessato a entrarvi e chi, invece, difficilmente potrebbe farne parte.
L’Iran guarda con preoccupazione alla nascita del nuovo asse, sostenendo che esso non garantisca maggiore sicurezza alla regione. Per Israele, invece, il consolidamento di una nuova architettura di sicurezza a maggioranza sunnita introduce un’ulteriore variabile in un equilibrio regionale già profondamente trasformato.
Intorno allo Stato ebraico si stanno infatti consolidando attori che, pur mantenendo interessi e rapporti differenti e senza necessariamente costituire un fronte anti-israeliano, cercano pragmaticamente di costruire un proprio sistema di sicurezza e deterrenza, capace di proteggerli dalle minacce interne ed esterne e, nello stesso tempo, di aumentarne il peso negoziale. La partita per l’egemonia regionale si gioca ormai contemporaneamente sul terreno economico, militare, energetico e diplomatico.
Al centro di questa competizione ci sono soprattutto i mari e gli stretti. Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez, ma anche il Mar Nero e il Mediterraneo, sono diventati nodi di un’unica grande rete strategica. Chi è in grado di condizionare questi passaggi può esercitare pressione sulle rotte energetiche, commerciali e militari e, attraverso di esse, sulle economie di Paesi anche molto lontani.
La questione dello Stretto di Hormuz ne rappresenta uno degli esempi più evidenti. Il confronto tra Washington e Teheran dimostra quanto il controllo, la sicurezza o anche soltanto la possibilità di minacciare le grandi vie marittime siano diventati strumenti di pressione e di potere. Lo stesso vale per Bab el-Mandeb e il Mar Rosso, porta d’accesso a Suez e quindi al Mediterraneo.
Ed è proprio seguendo queste rotte verso Occidente che la partita conduce inevitabilmente all’Africa.
Il continente torna a essere uno degli snodi centrali della competizione internazionale. Turchia, Cina, Russia e Stati Uniti, insieme a un’Europa che fatica ancora a esprimere una strategia altrettanto unitaria, cercano di ampliare la propria influenza attraverso investimenti, infrastrutture, cooperazione militare e sostegno ai diversi governi e attori locali.
È soprattutto lungo il versante orientale dell’Africa, che gli equilibri africani e mediorientali finiscono per sovrapporsi. Qui si incontrano gli interessi delle monarchie del Golfo, della Turchia e delle grandi potenze globali; qui passano alcune delle rotte commerciali più importanti del pianeta; qui una crisi apparentemente locale può rapidamente assumere una dimensione regionale o internazionale.
Gli stessi schemi di alleanza e competizione che osserviamo nel Medio Oriente (vedi lo Yemen). tendono quindi a riprodursi sull’altra sponda del Mar Rosso. Somalia, Sudan e Corno d’Africa non rappresentano più una periferia dello scenario mediorientale, ma una sua naturale prosecuzione strategica.
Il risultato è una geografia del potere sempre più interconnessa. Medio Oriente, Mar Rosso, Corno d’Africa e Mediterraneo non possono più essere letti come scenari separati. Sono parti della stessa partita, nella quale guerre e alleanze spostano continuamente le “placche” della geopolitica e nella quale il controllo degli stretti, delle rotte commerciali e degli accessi ai mari può ormai pesare quanto il controllo dei territori.




