COME DICEVA TACITO, “FANNO UN DESERTO E LO CHIAMANO PACE”. OGGI LA FORMULA SEMBRA ESSERSI AGGIORNATA: FANNO IL CAOS E LO CHIAMANO ACCOGLIENZA.
Come diceva Tacito, «fanno un deserto e lo chiamano pace». Oggi la formula sembra essersi aggiornata: fanno il caos e lo chiamano accoglienza.
Alcuni governi europei continuano a impartire lezioni di solidarietà, salvo tirare il freno ogni volta che la solidarietà deve tradursi in responsabilità concreta. Prediche per gli altri, eccezioni per sé.
Per anni l’Italia è stata trasformata nel punto di approdo obbligato del continente, il porto dove scaricare una gestione dell’immigrazione che molti partner europei preferivano osservare da lontano. La geografia diventava un destino, mentre Bruxelles e diverse capitali parlavano di “valori” senza condividere davvero il peso delle conseguenze.
Ora che prende forma una proposta semplice – chi rifiuta gli hub esterni si faccia carico direttamente dei migranti e della gestione dei flussi – ecco spuntare i veti.
È il paradosso del doppio standard di una parte dell’Europa: confini aperti quando riguardano gli altri, massima prudenza quando il problema rischia di arrivare davanti alla propria porta.
Per anni si è chiesto all’Italia di fare il gendarme del Mediterraneo. Oggi, quando Roma propone di distribuire davvero responsabilità e oneri, da alcune capitali europee arrivano distinguo, rinvii e resistenze.
Il vecchio proverbio «Franza o Spagna, purché se magna» sembra essersi trasformato nel manifesto di questa impostazione: solidarietà purché la facciano gli altri.
Ma il vento politico sta cambiando. Sempre più cittadini europei chiedono regole chiare, confini governati e responsabilità condivise. E il tempo delle lezioni impartite da chi non è disposto ad applicarle a sé stesso sembra avviarsi alla fine.




