Facciamo un esercizio semplice, per quanto inutile.
Sommiamo l’intera spesa sanitaria pubblica italiana degli ultimi sedici anni: otterremo circa 1.920 miliardi di euro.
Poi costruiamo un titolo roboante:
«Dal 2010 l’Italia ha speso 1.920 miliardi in farmaci»
Non avrebbe alcun senso.
Anzi, indurrebbe il cittadino a pensare che l’Italia sia un Paese invaso dai medicinali e che quasi duemila miliardi siano stati utilizzati per riempire ospedali e magazzini di scatole di farmaci.
Ma nella spesa sanitaria rientrano medici, infermieri, ospedali, apparecchiature, ambulanze, prevenzione, diagnostica, ricerca, assistenza e, naturalmente, anche i medicinali.
Lo stesso vale per la Difesa.
Definire 429 miliardi di spesa militare complessiva come 429 miliardi «in armi» significa confondere una parte con il tutto e offrire al lettore una rappresentazione profondamente distorta della realtà.
Gli armamenti sono soltanto una componente del totale, proprio come i farmaci rappresentano soltanto una parte della spesa sanitaria.
Nella cifra indicata rientrano infatti anche personale, pensioni, addestramento, funzionamento, manutenzione, missioni, ricerca e sviluppo. Lo riconoscono gli stessi articoli nei quali quel dato viene riportato.
C’è poi un secondo elemento che il titolo lascia nell’ombra: quei 429 miliardi non sono stati spesi tutti insieme.
Non rappresentano un acquisto “one shot”, ma il valore cumulato di sedici anni di bilanci.
Presentare un dato aggregato su un periodo così lungo come se si trattasse di un unico stanziamento (come abbiamo letto in alcuni studi … o presunti tali) produce un effetto comunicativo molto forte, ma restituisce un’immagine deformata della realtà.
Sarebbe come sommare sedici anni di stipendi di tutti i dipendenti di un’azienda e presentare il risultato come una spesa effettuata in un solo giorno.
Lo stesso vale per i 130 miliardi richiamati per i prossimi quindici anni.
Non si tratta di un assegno già staccato né di una somma destinata a essere spesa immediatamente. Sono programmi pluriennali, articolati su esercizi finanziari differenti e sottoposti, anno dopo anno, alle relative autorizzazioni e coperture.
Il punto non è negare che la spesa per la Difesa stia crescendo.
Sta crescendo, ed è legittimo discuterne, valutarne l’efficacia e pretendere che ogni euro venga impiegato con trasparenza, responsabilità e sulla base delle reali esigenze del Paese.
Ma una discussione seria deve partire da categorie corrette.
Spesa per la Difesa non significa soltanto acquisto di armi.
Significa pagare e addestrare il personale, garantire la manutenzione e la sicurezza dei mezzi, sostenere le missioni, proteggere le infrastrutture, sviluppare capacità cyber e spaziali, finanziare la ricerca e assicurare che le Forze Armate possano svolgere i compiti loro assegnati:
difendere il Paese, concorrere alla sicurezza collettiva e proteggere le infrastrutture e i servizi essenziali … compresi gli ospedali.
Si può discutere se le risorse siano troppe o troppo poche, se vengano impiegate bene e quali priorità debbano essere perseguite.
Ma non si può chiamare «spesa in armi» ciò che, per definizione e per composizione, rappresenta il costo complessivo della funzione Difesa.
Perché le parole orientano la percezione.
E un titolo che trasforma sedici anni di spesa complessiva in 429 miliardi di armamenti non aiuta il cittadino a comprendere la realtà.
Gli consegna una rappresentazione tanto suggestiva quanto inesatta.




