Dalla Nigeria al Mar Rosso, passando per Sudan, Somalia e Golfo di Guinea, il continente africano diventa il terreno di confronto tra Stati Uniti, Cina, Russia, Turchia e potenze regionali, in una partita geopolitica che intreccia sicurezza, risorse ed equilibri mondiali.
Le recenti operazioni congiunte condotte da Nigeria e Stati Uniti contro le cellule dello Stato Islamico nel nord-est del Paese africano non rappresentano soltanto un’azione antiterrorismo. L’uccisione di Abu Bilal al-Minuki, considerato uno dei principali leader globali dell’Isis e responsabile delle operazioni internazionali del gruppo, conferma come l’Africa sia ormai uno dei principali teatri della competizione geopolitica mondiale.
Secondo le autorità nigeriane e Africom, i raid avrebbero colpito duramente le capacità operative dell’Isis/Iswap, eliminando anche oltre 20 combattenti jihadisti. Ma dietro l’aspetto militare emerge una lettura molto più ampia. Non è infatti la prima volta che Washington interviene nella regione per contrastare l’espansione estremista. Già in passato gli Stati Uniti erano intervenuti dopo i massacri perpetrati contro comunità cristiane locali, colpite unicamente per la propria fede religiosa, nel tentativo di arginare il jihadismo e proteggere la popolazione civile.
La Nigeria, affacciata sul Golfo di Guinea, rappresenta però molto più di un semplice fronte antiterrorismo. Il controllo delle aree costiere africane, delle rotte energetiche e dei corridoi commerciali sta assumendo un valore strategico crescente all’interno di una competizione globale che coinvolge Stati Uniti, Cina, Russia e potenze regionali emergenti.
L’Africa è oggi una grande scacchiera geopolitica. Pechino consolida la propria influenza economica attraverso infrastrutture, investimenti e accesso alle materie prime. Mosca continua invece a mantenere una presenza politico-militare in diverse aree del continente, sfruttando instabilità e vuoti di potere. Parallelamente, la Turchia sta ampliando in modo pragmatico la propria penetrazione nel continente africano, intrecciando cooperazione economica, relazioni sociali, presenza diplomatica e accordi di sicurezza.
Il quadro si collega inevitabilmente anche alle tensioni del Medio Oriente e agli equilibri del Mar Rosso. Se la Nigeria guarda al Golfo di Guinea, il Golfo di Aden con lo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta invece uno degli snodi strategici più delicati del pianeta. È lì che si intersecano commercio globale, traffici energetici e proiezione militare delle potenze regionali e internazionali.
In quell’area si sta consumando una nuova partita di scacchi geopolitica. La Turchia rafforza la propria presenza attraverso la Somalia, consolidando influenza politica, economica e militare nel Corno d’Africa. Israele, unico Stato ad aver riconosciuto il Somaliland, osserva con attenzione gli equilibri di una regione cruciale per la sicurezza marittima e per i collegamenti tra Mediterraneo, Mar Rosso e Indo-Pacifico.
Le tensioni risalgono poi verso il Sudan, devastato da oltre tre anni di guerra civile e divenuto terreno di scontro tra interessi regionali e internazionali. Un conflitto spesso percepito come periferico ma che, in realtà, si inserisce pienamente nella ridefinizione degli equilibri africani e mediorientali.
L’Africa appare così sempre meno marginale e sempre più centrale negli assetti globali. Un continente ricco di risorse, attraversato da crisi, terrorismo, rivalità economiche e competizione militare, diventato ormai la vera tavola del Risiko delle vecchie e nuove potenze mondiali.
Resta allora una domanda inevitabile. In questo nuovo Risiko globale che si gioca sul continente africano, dove si colloca davvero l’Europa? E soprattutto, cosa sta facendo concretamente oltre alle iniziative nazionali, come il Piano Mattei italiano, per costruire una presenza strategica, politica ed economica capace di competere con le grandi potenze già radicate sul territorio?
L’Africa non è più una realtà distante da osservare con approccio emergenziale o paternalistico. È il continente più giovane del mondo, attraversato da crescita demografica, crisi climatiche, conflitti, risorse strategiche e trasformazioni sociali che inevitabilmente finiranno per incidere direttamente sugli equilibri europei.
Da anni l’Africa bussa alle porte dell’Europa. Lo fa attraverso migrazioni, instabilità, reti economiche, sicurezza energetica e nuove forme di guerra ibrida che sfruttano proprio le fragilità sociali e politiche del continente. Ignorarne umori, evoluzioni e tensioni significherebbe continuare a rincorrere gli eventi anziché anticiparli.
Perché se l’Africa continuerà ad essere soltanto il terreno di competizione delle altre potenze mondiali, senza una reale strategia europea condivisa, prima o poi quelle dinamiche entreranno con forza anche dentro i confini del continente europeo, trasformando il Mediterraneo non più in una frontiera, ma nel punto di contatto diretto tra due mondi sempre più interconnessi e instabili.




