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Home Analisi & Opinioni

Su quali basi?

Su quali basi?
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Le uniche basi certe erano quelle disciplinate dai trattati. Per il resto, molte accuse e una ricostruzione che i fatti hanno rapidamente smentito.

Le dichiarazioni del Segretario Generale della NATO Mark Rutte a Fox News diventano il detonatore dell’ennesima polemica politica italiana. Arrivano alla vigilia dell’incontro con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che nei giorni precedenti aveva accusato gli alleati europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti durante l’operazione contro l’Iran.

Nel rispondere a quelle accuse, Rutte difende il contributo fornito dagli Alleati, ricordando come diversi Paesi abbiano assicurato supporto logistico e infrastrutturale all’operazione Epic Fury. Tra gli esempi cita anche l’Italia, per l’utilizzo delle basi militari presenti sul suo territorio. Il senso del suo intervento è chiaro, vuol dimostrare che gli alleati non erano rimasti a guardare, ma avevano garantito il supporto previsto dagli accordi esistenti.

Quelle parole, però, vengono rapidamente estrapolate dal loro contesto. Nel giro di poche ore parte della politica e diversi organi di informazione le trasformano nella prova di un presunto coinvolgimento italiano nelle operazioni contro l’Iran. Si parla di Parlamento ingannato e di un Governo che avrebbe nascosto la verità.

Eppure basta seguire la cronologia dei fatti perché questa ricostruzione inizi a perdere consistenza.

Il Governo ribadisce una posizione che non è mai cambiata. L’utilizzo delle basi statunitensi presenti in Italia è avvenuto nel pieno rispetto della Costituzione, dei trattati internazionali e degli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti. È la stessa linea illustrata dal Ministro della Difesa Guido Crosetto nell’informativa al Parlamento di aprile, confermata dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle successive comunicazioni alle Camere e ribadita dallo stesso Ministro il 18 giugno, a margine della ministeriale NATO di Bruxelles.

Pochi passaggi dopo arriva anche la precisazione della stessa NATO, che chiarisce come il riferimento di Rutte riguardasse il supporto logistico assicurato dagli Alleati e non una partecipazione dell’Italia ad azioni militari offensive o cinetiche contro l’Iran.

Qui emerge un aspetto spesso trascurato. In questa vicenda la NATO, sul piano giuridico, c’entra relativamente. L’utilizzo delle basi statunitensi in Italia non è disciplinato dall’Alleanza Atlantica, ma da specifici accordi bilaterali tra Roma e Washington. Essere membri della stessa Alleanza non significa che ogni attività sia regolata dalla NATO: il quadro normativo di riferimento resta quello degli accordi sottoscritti tra i due Paesi.

Anche l’intervento di Rutte va quindi letto per ciò che realmente era, cioè una risposta politica alle accuse di Trump sul presunto mancato sostegno europeo agli Stati Uniti, non una valutazione sul rispetto degli accordi che disciplinano l’utilizzo delle basi italiane.

E c’è un ulteriore elemento che rende ancora più fragile la polemica. Nel successivo incontro con Rutte, lo stesso Trump è tornato ad attaccare gli alleati europei, Italia compresa, ribadendo ancora una volta di non aver ricevuto il sostegno e la disponibilità che si sarebbe aspettato durante la crisi con l’Iran, anche sul tema delle basi. Una circostanza difficilmente conciliabile con la tesi secondo cui l’Italia avrebbe invece assecondato senza riserve ogni richiesta americana. Se così fosse stato, difficilmente il Presidente statunitense avrebbe continuato a contestare pubblicamente proprio il comportamento degli alleati.

L’intera vicenda offre una riflessione più ampia. Nel dibattito politico italiano, soprattutto quando si parla di politica estera e sicurezza, troppo spesso la cronologia dei fatti viene sacrificata alla ricerca dello scontro immediato. Prima arrivano le accuse, poi i titoli, infine le precisazioni, che raramente ricevono la stessa attenzione riservata alla polemica iniziale.

Eppure la credibilità internazionale di un Paese si costruisce attraverso continuità, affidabilità e rispetto degli impegni assunti. È questo il profilo che l’Italia ha consolidato negli ultimi anni, diventando un interlocutore sempre più autorevole nei principali dossier internazionali, dal Mediterraneo alla NATO fino ai rapporti con gli Stati Uniti.

Viene allora da chiedersi se questa crescente centralità dell’Italia non finisca talvolta per essere letta, nel dibattito interno, più come un problema che come un valore. Ogni riconoscimento internazionale viene rapidamente ricondotto allo scontro politico, quasi fosse necessario ridimensionare il ruolo del Paese anziché valorizzarlo. Eppure i fatti raccontano altro. Il ruolo assunto nei principali tavoli diplomatici, la qualità delle relazioni costruite con i partner, gli apprezzamenti ricevuti dalla stampa internazionale e i riconoscimenti espressi anche da autorevoli rappresentanti statunitensi testimoniano una leadership sempre più riconosciuta.

La dialettica politica è il sale della democrazia, ma quando si parla di politica estera, sicurezza nazionale e interessi strategici del Paese dovrebbe poggiare su basi solide come documenti, trattati e fatti.

Perché, in fondo, la domanda resta la stessa: su quali basi si è costruita questa polemica?

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