C’è un passaggio, nel manifesto pubblicato da Palantir Technologies il 18 aprile scorso, che ha colpito più di ogni altro osservatori, studiosi e analisti:
l’idea che le democrazie del XXI secolo non possano più sopravvivere grazie al soft power, alla mediazione politica o al pluralismo, ma soltanto attraverso l’“hard power” costruito sul software.
Detta così potrebbe sembrare una provocazione ideologica. In realtà, secondo molti, è qualcosa di più profondo: una dichiarazione di visione del mondo.
Non stiamo parlando di un think tank o di un gruppo accademico marginale. Palantir è una delle aziende più influenti al mondo nel settore dell’analisi dati, della sicurezza predittiva e dell’intelligence algoritmica. I suoi sistemi vengono utilizzati da apparati militari, agenzie di intelligence, forze di polizia e strutture governative in numerosi Paesi occidentali.
Ed è proprio questo il punto centrale.
Quando chi costruisce l’infrastruttura tecnologica della sicurezza globale inizia anche a proporre una nuova architettura culturale e politica della società, il confine tra supporto tecnico e potere sistemico diventa estremamente sottile.
Dal fordismo alla tecnocrazia algoritmica
Per il giornalista e studioso degli algoritmi Michele Mezza, autore del saggio Guerre in Codice – come le intelligenze artificiali resettano la democrazia, non si tratta di un fenomeno totalmente nuovo.
Nel Novecento, le grandi industrie fordistiche contribuirono già a modellare comportamenti sociali, consumi e forme di organizzazione collettiva. Negli Stati Uniti di fine Ottocento esisteva persino un “partito degli ingegneri”, convinto che le tecnocrazie aziendali fossero più efficienti delle istituzioni democratiche.
Ma oggi, sostiene Mezza, c’è una differenza radicale:
non si propone più semplicemente di influenzare la società, ma di sostituire la mediazione democratica con sistemi predittivi basati sugli algoritmi.
Ed è qui che la questione assume una portata storica.
Lo Stato sostituito dal codice
Secondo Mezza, la vera trasformazione riguarda l’idea stessa di Stato.
Lo Stato moderno nacque insieme alla stampa, alla diffusione dell’opinione pubblica e alla costruzione di un’autorità centrale capace di rappresentare la collettività.
Oggi, invece, il potere tende a spostarsi verso chi controlla:
- dati;
- infrastrutture digitali;
- profilazione di massa;
- sistemi predittivi;
- modelli di intelligenza artificiale.
In questa logica, il software non è più soltanto uno strumento operativo: diventa una forma di sovranità.
Ed è qui che emergono figure come Peter Thiel e Alexander Karp, che da anni sostengono una visione fortemente critica verso il pluralismo liberale tradizionale.
Il pluralismo come ostacolo
Uno degli aspetti più controversi del manifesto riguarda proprio il giudizio sulle culture considerate “disfunzionali” o sul pluralismo definito “vuoto e vacuo”.
Non è un dettaglio retorico.
Perché chi formula queste idee non è un filosofo isolato, ma chi progetta sistemi capaci di:
- classificare comportamenti;
- individuare minacce;
- attribuire livelli di rischio;
- suggerire decisioni operative;
- automatizzare processi di sorveglianza.
Il problema, dunque, non è solo tecnologico ma antropologico.
Secondo Mezza, la Silicon Valley sta cercando di sostituire l’Illuminismo — cioè la centralità della ragione, del dubbio e della mediazione democratica — con una nuova forma di automatismo matematico.
In questa visione:
- la politica comunica;
- la tecnologia decide.
La grande dipendenza europea
Il caso Palantir mette anche in evidenza una contraddizione europea.
L’Europa ha costruito alcuni dei sistemi normativi più avanzati al mondo sul tema dei dati e della privacy, come il GDPR.
Ma la vera domanda è un’altra:
può la velocità della trasformazione tecnologica essere governata soltanto attraverso leggi lente e spesso reattive?
Nel frattempo:
- molte infrastrutture critiche;
- sistemi sanitari;
- piattaforme di sicurezza;
- apparati militari
dipendono sempre di più da tecnologie sviluppate da grandi aziende private americane.
E questo apre un problema enorme di sovranità digitale.
Per anni il dibattito europeo si è concentrato soprattutto sulla dipendenza tecnologica dalla Cina. Oggi, però, emerge una questione più complessa:
quanto potere politico e culturale stanno accumulando le piattaforme occidentali che controllano dati, AI e sicurezza?
La nuova lotta per il controllo dell’intelligenza artificiale
Secondo Mezza, la risposta non può essere un rifiuto ideologico della tecnologia.
Al contrario.
La vera sfida consiste nel “civilizzare” gli algoritmi:
- renderli trasparenti;
- negoziabili;
- verificabili;
- sottoposti a controllo sociale.
E qui entrano in gioco:
- giornalisti;
- università;
- professioni;
- istituzioni locali;
- società civile.
L’idea è che l’intelligenza artificiale non debba essere lasciata esclusivamente nelle mani dei proprietari delle infrastrutture tecnologiche.
Perché chi controlla:
- i dati,
- il codice,
- le piattaforme,
- e gli automatismi decisionali
finisce inevitabilmente per influenzare anche:
- il potere;
- la sicurezza;
- la cultura;
- la democrazia.
La vera domanda
Il manifesto di Palantir non è soltanto un documento aziendale.
È il sintomo di una trasformazione più ampia:
la progressiva fusione tra potere tecnologico, potere economico e capacità di governo.
Ed è forse proprio questa la questione centrale del XXI secolo:
se le democrazie riusciranno a governare l’intelligenza artificiale, oppure se sarà l’intelligenza artificiale — controllata da pochi attori privati — a ridefinire il significato stesso della democrazia.




