Quando nacque Facebook, Mark Zuckerberg lo definì un modo per “rompere il ghiaccio” e creare amicizie.
Oggi, il fondatore del social più famoso del mondo sembra inseguire lo stesso obiettivo. Ma il risultato è l’opposto: mai così tante connessioni, mai così tanta solitudine.
Più di 3 miliardi di persone usano ogni giorno Facebook, Instagram o WhatsApp, eppure le relazioni reali crollano. “L’americano medio ha meno di tre amici”, ha ammesso Zuckerberg, riflettendo sul fallimento della promessa originaria dei social media: unire, non isolare.
La nuova illusione della “connessione”
Ora Meta guarda all’intelligenza artificiale come prossima evoluzione del legame umano.
Chatbot sempre più avanzati — da Meta AI a Replika, fino a xAI di Elon Musk — vengono presentati come nuovi compagni di vita, in grado di ascoltare, ricordare e comprendere.
Ma si tratta solo di simulazioni di empatia: algoritmi programmati per piacere, non per contraddire.
Una generazione che parla alle macchine
Il fenomeno tocca anche i più giovani.
Google ha lanciato una versione “per bambini” del chatbot Gemini, mentre l’azienda Curio vende peluche AI capaci di dialogare con bambini dai tre anni in su.
Il rischio, avvertono gli esperti, è che i più piccoli imparino a comunicare con un’intelligenza artificiale anziché con altre persone, confondendo simulazione e relazione.
Meta e gli altri colossi tecnologici sostengono di voler “connettere il mondo”.
Ma il nuovo capitolo dell’era digitale rischia di essere il più paradossale di tutti: una connessione totale, priva di umanità.
Fonte: The Atlantic
Illustrazione: Ben Hickey




