Cinquantasei volte “we will”, faremo. Diciotto “we need to”, dobbiamo. Dieci “we must”, è necessario. Quattro “we should”, dovremmo. “Achieved”, raggiunto: zero.
È una lettura puramente quantitativa, e certamente provocatoria, del discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ma racconta qualcosa del momento che attraversa l’Europa: un continente che sembra avere ormai acquisito piena consapevolezza delle sfide che ha davanti, ma che continua a interrogarsi su come trasformare questa consapevolezza in capacità di azione.
Il discorso del 16 settembre contiene infatti un’agenda molto ampia. Von der Leyen ha parlato di sicurezza, Ucraina, competitività, intelligenza artificiale, materie prime critiche, migrazioni, clima e rapporti con la Cina. Ha proposto, tra l’altro, un Consiglio europeo di sicurezza, un protocollo di emergenza per le crisi e un rapporto ancora più stretto con il Canada.
Non manca quindi la visione. Il punto è un altro: quanto tempo può ancora permettersi l’Europa tra l’individuazione di ciò che deve essere fatto e la sua effettiva realizzazione?
Per decenni il processo europeo ha potuto procedere attraverso mediazioni lunghe, compromessi progressivi e costruzioni istituzionali graduali. Oggi il contesto internazionale ha tempi diversi. La guerra è tornata sul continente europeo. La competizione tra grandi potenze investe tecnologia, energia, industria e materie prime. Le dipendenze economiche sono diventate anche vulnerabilità strategiche. La sicurezza non riguarda più soltanto carri armati e aerei, ma infrastrutture critiche, spazio, cyber, fondali marini, catene di approvvigionamento e capacità industriale.
La stessa Presidente della Commissione ha descritto un’Unione contemporaneamente più forte che in passato e più esposta ai rischi del nuovo scenario internazionale.
È proprio qui che emerge la questione centrale. L’Europa sembra aver superato almeno in parte il problema della consapevolezza. Sa di dover rafforzare la propria sicurezza. Sa di dover ridurre alcune dipendenze strategiche. Sa di dover recuperare competitività. Sa che la propria capacità industriale e tecnologica è ormai parte integrante della propria autonomia politica.
La difficoltà è trasformare una lunga lista di “dobbiamo” in una più breve ma concreta lista di “abbiamo fatto”.
Non è soltanto una questione semantica. È il problema strutturale di un’Unione composta da 27 Stati, nella quale molte delle decisioni più sensibili continuano a dipendere dalla volontà politica nazionale, da procedure complesse e, in alcuni settori, dall’unanimità.
Anche le nuove proposte annunciate oggi dovranno quindi misurarsi con questo passaggio: dall’annuncio alla decisione, dalla decisione all’attuazione.
La vera misura dello Stato dell’Unione potrebbe allora non essere il numero delle nuove strategie presentate, dei vertici annunciati o delle iniziative programmate.
Potrebbe essere molto più semplice.
Fra un anno, quando il Presidente della Commissione tornerà davanti al Parlamento europeo, varrà la pena contare nuovamente i verbi.
E vedere quanti “we will” saranno finalmente diventati “we have done”.




