Basta alibi, giustificazioni e assoluzioni. Chi rompe paga.
La rabbia non autorizza a devastare e il disagio non concede il diritto di saccheggiare. L’incertezza sul futuro non giustifica l’aggressione a un agente. Eppure, davanti alle immagini di questi giorni, sembra esserci sempre qualcuno pronto a cercare una spiegazione che finisce per diventare un’assoluzione.
Da Milano a Parigi, fino a Tirana, pur nella diversità dei contesti, vediamo proteste segnate da incendi, saccheggi e scontri. Rivendicazioni anche legittime vengono travolte da comportamenti criminali, magari con regie estere che puntano a destabilizzare l’Europa, mentre a pagare sono cittadini, commercianti, lavoratori e Forze dell’Ordine.
Anche noi siamo stati giovani. Anche noi abbiamo conosciuto rabbia, delusioni e paura del futuro. Prima di noi, intere generazioni hanno affrontato condizioni ben più dure, talvolta senza neppure la libertà di scegliere e protestare. La frustrazione merita ascolto, ma non cancella la responsabilità individuale. Spaccare una vetrina resta una scelta. Lanciare una pietra contro una persona resta una scelta. Appiccare un incendio resta una scelta.
C’è un’arroganza, una strafottenza verso gli altri e verso il bene comune che non possiamo continuare a nascondere dietro formule sociologiche. Il negozio devastato appartiene a qualcuno che lavora. L’auto bruciata può essere il mezzo con cui una famiglia si mantiene. I beni pubblici vengono ripristinati con i soldi di tutti. Chi li distrugge impone agli altri il costo della propria violenza.
A rendere questo quadro ancora più grave è l’atteggiamento di quelle opposizioni che sembrano avere più urgenza di accusare il Governo che di condannare chi provoca gli scontri. Chi ricopre un ruolo pubblico ha una responsabilità precisa. Le sue parole possono isolare i violenti oppure offrire loro una copertura politica.
Una condanna seguita immediatamente da una sequenza di attenuanti perde forza e credibilità. Chiedere conto dell’operato delle autorità è legittimo e necessario. Usare quella richiesta per lasciare sullo sfondo incendi, saccheggi e aggressioni significa spostare l’attenzione dalle responsabilità di chi ha scelto di commettere quei reati.
Chi aspira a governare dovrebbe saper stare dalla parte di un commerciante derubato, di un cittadino minacciato e di un agente colpito, senza calcolarne la convenienza elettorale. Cavalcare il malcontento e poi prendere le distanze dalle sue conseguenze è irresponsabile. Nessuna opposizione dovrebbe considerare l’indebolimento dell’autorità dello Stato una vittoria sul Governo del momento.
Occorre poi affrontare senza esitazioni il tema dei minorenni. A Milano erano 44 su 72 giovani portati in Questura; nove dei sedici arrestati non avevano ancora diciotto anni. Numeri che impongono una risposta educativa, ma anche una chiara assunzione di responsabilità.
Essere minorenni non può diventare un lasciapassare. Per chi è penalmente imputabile servono conseguenze effettive, tempestive e proporzionate alla gravità dei fatti, attraverso gli strumenti della giustizia minorile. Il recupero richiede che il danno venga riconosciuto e che chi lo ha provocato sia chiamato a risponderne, anche attraverso percorsi di riparazione e attività a beneficio della comunità.
Davanti a reati gravi, la risposta deve essere adeguata alla loro gravità. La tutela del minore non può far scomparire quella delle vittime. E il dovere di educare non esonera dal dovere di sanzionare. Lasciare passare il messaggio che l’età renda irrilevanti le conseguenze delle proprie azioni significa tradire proprio la responsabilità educativa degli adulti.
Lo stesso rigore deve raggiungere chi organizza, istiga o sfrutta i più giovani per alimentare gli scontri. Le responsabilità vanno accertate individualmente, fino a individuare eventuali promotori e istigatori. Chi getta benzina sul fuoco deve risponderne.
Le Forze dell’Ordine devono poter contare su personale, formazione, mezzi e strumenti adeguati. Chi viene aggredito mentre protegge la collettività deve sentire il sostegno di tutte le istituzioni e di tutte le forze politiche. La solidarietà agli agenti feriti non può dipendere dall’appartenenza di partito o dalla convenienza del momento. Il cosiddetto campo largo, una sinistra progressista che fatica a proporre una politica concreta e condivisa, dovrebbe esprimerla con la stessa chiarezza mostrata dai principali esponenti del Governo. La contrapposizione politica non può diventare un alibi per sottrarsi a questo dovere. Ogni silenzio, ogni ambiguità e ogni tentativo di piegare queste aggressioni alla polemica contro il Governo sono politicamente gravi. Servono più investimenti nella sicurezza, maggiore capacità di prevenzione e una risposta ferma ai reati, nel rispetto della legge.
Identificare gli autori delle devastazioni e chiamarli a risarcire i danni dovrebbe essere un principio condiviso. Non è accettabile che il conto venga lasciato ai cittadini mentre chi ha distrutto si nasconde nella folla.
Smettiamola di cercare giustificazioni per ogni atto criminale. Le cause del disagio vanno affrontate con politiche serie. I reati vanno perseguiti e puniti. Confondere questi due doveri significa lasciare sole le vittime e insegnare a chi usa la violenza che una scusa, alla fine, si troverà sempre.




