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Home Difesa & Sicurezza

Giustizia giusta?

Giustizia giusta?
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Gli scontri di Torino hanno suscitato una condanna ampia e trasversale. Ma definirli semplicemente “scontri” è già riduttivo: si è trattato di una vera aggressione a un servitore dello Stato e quindi, simbolicamente e concretamente, allo Stato stesso. Proprio da questo consenso iniziale nasce una contraddizione difficile da ignorare.

La decisione del GIP di disporre gli arresti domiciliari per l’aggressore riconoscibile dal ragazzo con  il “giubbotto rosso”, ritenuta dal giudice adeguata in relazione alla mancata reiterazione del reato, pur a fronte dell’elevato livello di violenza riconosciuto, appare a molti inadeguata rispetto al contesto in cui il fatto è maturato. Non è in discussione soltanto il singolo gesto, ma il clima che lo ha reso possibile: un ambiente in cui l’odio e la delegittimazione dell’autorità vengono spesso minimizzati o indirettamente giustificati.

Il punto centrale è semplice: la violenza non nasce mai dal nulla. Criminale non è solo chi colpisce materialmente, ma anche chi coopera, incita, partecipa creando le condizioni affinché l’aggressione si manifesti. Le immagini mostrano chiaramente una dinamica collettiva, un effetto di trascinamento che ridurre a responsabilità individuale isolata significa non cogliere la reale gravità del fenomeno.

In questo quadro, la motivazione legata alla non reiterazione del reato appare debole. Non siamo nel campo dell’errore ingenuo o della reazione impulsiva di un soggetto inconsapevole. Parliamo di adulti pienamente in grado di distinguere tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Pensare che basti un approccio paternalistico rischia di trasmettere un messaggio pericoloso: che atti di violenza grave possano essere relativizzati in assenza di precedenti.

Le pene, quando sono adeguate alla gravità dell’atto, non assolvono soltanto a una funzione sanzionatoria individuale, ma svolgono anche un ruolo di deterrenza generale. Rappresentano un segnale chiaro verso l’esterno, capace di demotivare comportamenti analoghi, di interrompere l’effetto domino e di prevenire dinamiche di imitazione. Anche attraverso decisioni di questo tipo lo Stato educa, affermando con chiarezza quali limiti non possono essere superati.

Emerge così una frattura culturale evidente: un garantismo selettivo. Comprensivo verso chi aggredisce un agente, molto meno verso il cittadino che reagisce a un torto subito. Spesso indulgente verso chi colpisce un uomo in divisa, molto meno verso chi, all’interno della propria proprietà, prova a difendersi da un’aggressione.

Non si tratta di invocare pene esemplari in senso vendicativo. Si tratta di pene giuste, proporzionate non solo all’esito materiale del gesto, ma anche alla sua intenzionalità e al suo significato sociale. Colpire un agente durante una manifestazione violenta non è un fatto privato: è un attacco all’ordine democratico, alla convivenza civile, alla legittimità dello Stato.

Finché questa asimmetria resterà irrisolta, sarà difficile arginare l’escalation di odio e violenza. La tutela delle forze dell’ordine non è una battaglia ideologica di parte, ma una condizione minima per la credibilità dello Stato di diritto. E senza quella credibilità, nessuna società può dirsi davvero libera o sicura.



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