L’attacco alla base militare riaccende i riflettori su un’area strategica, dove terrorismo, potenze esterne e interessi europei si intrecciano
Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio, violenti scontri a fuoco hanno colpito l’area dell’aeroporto internazionale Diori Hamani di Niamey. L’assalto ha preso di mira la base aerea 101, causando vittime tra gli aggressori, feriti tra i militari nigerini e la temporanea sospensione dei voli civili.
Un episodio che segna una delle escalation più gravi mai registrate nella capitale del Niger e che riporta al centro dell’attenzione un’area sempre più instabile, al crocevia tra terrorismo jihadista, fragilità statuale e competizione geopolitica.
L’attacco jihadista e la strategia della destabilizzazione
L’azione è stata rivendicata dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), organizzazione affiliata ad al-Qaeda. L’obiettivo appare chiaro: estendere il conflitto dalle aree rurali e periferiche ai nodi vitali dello Stato, colpendo infrastrutture simboliche e strategiche.
Una strategia volta a dimostrare l’incapacità del potere centrale di garantire sicurezza anche nei luoghi più sensibili, alimentando paura, delegittimazione istituzionale e pressione politica interna.
Il Niger dopo il colpo di Stato
Dal golpe del luglio 2023, il Paese è guidato dal generale Abdourahamane Tiani. La giunta militare governa in un quadro di legittimità fragile e crescente isolamento internazionale, facendo della sicurezza il principale strumento di consenso interno.
In questo contesto, la minaccia jihadista diventa al tempo stesso un rischio reale e una leva politica: giustifica la concentrazione del potere, la sospensione delle dinamiche democratiche e la ridefinizione delle alleanze esterne, con un progressivo allontanamento dai partner occidentali tradizionali.
Il ruolo dei partner esterni
La Francia, storicamente presente nel Sahel, è oggi respinta sia dalle autorità nigerine sia da ampi settori dell’opinione pubblica, a causa del peso del passato coloniale e del fallimento percepito delle missioni di sicurezza.
Al suo posto, la Russia ha rafforzato la propria presenza. Prima attraverso il gruppo Wagner, oggi riorganizzato sotto la sigla Africa Corps, Mosca mantiene un ruolo diretto nel settore della sicurezza, inserendosi nel vuoto lasciato dall’Occidente.
Accanto alla dimensione militare russa, si muovono altri attori con strategie differenti ma convergenti. La Turchia combina cooperazione militare, diplomazia e soft power, mentre la Cina punta su investimenti infrastrutturali ed economici per consolidare la propria influenza nel lungo periodo.
Il Sahel diventa così uno spazio di competizione multilivello, dove sicurezza, risorse e posizionamento geopolitico si sovrappongono.
Sahel, migrazioni e sicurezza europea
L’instabilità del Niger e dell’intera fascia saheliana ha effetti diretti sul Mediterraneo. L’area rappresenta infatti uno snodo centrale dei flussi migratori verso l’Europa, rendendo la sicurezza africana una questione strategica europea, non più periferica ma strutturale.
In questo quadro si inserisce il richiamo del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto a non ignorare il “Sud del mondo”: una regione caratterizzata da una popolazione giovane e in forte crescita, spesso priva di prospettive economiche e sociali.
Senza alternative concrete, il rischio è che l’identità radicale diventi per molti l’unica promessa di futuro. Per l’Alleanza Atlantica, stabilizzare il Sahel significa prevenire crisi future, non subirle.
Una sfida che va oltre il piano militare
La stabilizzazione del Sahel non può essere affrontata esclusivamente sul piano della sicurezza. Senza sviluppo, istituzioni credibili e opportunità economiche, ogni intervento resterà parziale.
Il vuoto continuerà a essere occupato da estremismi, reti criminali e attori ostili. Difendere il Sahel significa quindi difendere non solo la sua identità, ma anche la sicurezza e la tenuta strategica dell’Europa.
Una linea di frattura che corre a sud del Mediterraneo, ma che incide direttamente sul futuro dell’ordine europeo.




