C’era una volta l’Italia, il Bel Paese, sognato da vicini e lontani come simbolo di una romantica Dolce Vita.
C’è oggi l’Italia, lo stesso Bel Paese, in cui quella vita appare però più amara, segnata da insicurezze quotidiane e da un clima di tensione permanente.
La paura di camminare in alcune zone – nei grandi come nei piccoli centri – senza stringere a sé una borsa, senza il timore di indossare un oggetto di valore o di portare con sé del denaro contante, non è più un’eccezione. È diventata, per molti, una normalità inquietante.
In questo contesto, c’è chi prova a tenere l’ordine applicando la legge. Una legge che, una volta esercitata, dovrebbe garantire a chi la fa rispettare di non dover operare nel timore di essere trattato come un criminale.
Uomini e donne in divisa, impegnati ogni giorno a garantire la sicurezza dei cittadini, diventano invece sempre più spesso vittime innocenti di un sistema distorto, figlio di una lettura confusa dei ruoli: le guardie talvolta trattate da ladri, i ladri elevati a vittime.
Il rumore di fondo che copre le competenze
In questo scenario emergono voci che parlano di coerenza. Voci stanche di non essere ascoltate e, troppo spesso, strumentalizzate. In un mondo compromesso, dominato dalla legge del più forte e dal frastuono delle opinioni, c’è chi parla molto ma ascolta poco, chi dà fiato alla bocca tenendo le orecchie ben chiuse.
È un riflesso ormai ricorrente: alla vigilia di un mondiale siamo tutti allenatori; allo scoppio di un conflitto diventiamo improvvisamente esperti di geopolitica; all’uscita di un nuovo colossal, critici cinematografici navigati.
Sarebbe invece auspicabile lasciare che a parlare siano, almeno in prima battuta, coloro che per competenza, responsabilità e funzione istituzionale sono chiamati a farlo. Solo dopo, eventualmente, aprire un confronto. Dibattere, sì. Ma senza la presunzione di sapere più di chi opera, studia e risponde quotidianamente di determinate materie.
Ognuno faccia la propria parte
In una società in cui tutti siamo chiamati a contribuire alla costruzione del futuro che vogliamo, ognuno dovrebbe fare la propria parte.
Gli insegnanti dovrebbero insegnare, non fare propaganda.
I politici dovrebbero guidare, non limitarsi a proclamare slogan.
I soldati dovrebbero essere messi nelle condizioni di fare i soldati, soprattutto in questo periodo storico.
“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, recita la Costituzione. A maggior ragione lo è per chi a quella Patria presta giuramento. Non è quindi logico, né responsabile, strumentalizzare parole mai pronunciate, alimentando una destabilizzazione inutile in un contesto già profondamente instabile.
Strade Sicure e la polemica costruita
È in questo quadro che nasce la polemica di questi giorni sull’operazione Strade Sicure e sull’impiego dei militari. Va ribadito con chiarezza che, in tutte le dichiarazioni ufficiali, non si è mai parlato di una riduzione delle forze impiegate. Al contrario, è stato più volte sottolineato come il ruolo delle Forze Armate sia quello della tutela della sicurezza, con funzioni e peculiarità proprie.
Spetta ai Carabinieri – che è bene ricordarlo dipendono anch’essi dal Ministero della Difesa – operare, per competenze e titolarità, nei compiti di polizia. Non si tratta di un ridimensionamento, ma di una distinzione funzionale e costituzionale dei ruoli, necessaria per garantire efficacia, chiarezza e rispetto delle norme.
Lo stesso concetto è stato ribadito successivamente in modo esplicito, chiarendo ancora una volta il senso dell’impostazione adottata: un approccio che punta, semmai, a un incremento delle forze da impiegare, anche sul piano numerico.
Ritrovare il senso delle parole
Resta allora una sola speranza: che le parole tornino a essere, per tutti, uno strumento di chiarimento e non di polemica. Un mezzo capace di educare al rispetto verso chi, indossando un’uniforme, garantisce ogni giorno la sicurezza del Paese.
Uomini e donne che, in ogni gesto, svolgono il proprio dovere senza dover temere di essere additati come carnefici o di pagare, paradossalmente, per aver fatto ciò che la legge e lo Stato hanno chiesto loro di fare.




