Dalle parole ai fatti: è questa l’espressione che, banalmente, si potrebbe usare in occasioni come questa. È una frase che risuona spesso nelle orecchie di ciascuno di noi: “vi siamo vicini”, “le Istituzioni vi sono accanto”. Parole che, in un mondo che sembra andare alla deriva, finiscono talvolta per apparire vuote, frasi di circostanza pronunciate per dovere, appaltate a una realtà che somiglia sempre più a un palcoscenico, dove indossare maschere a piacimento è diventato necessario, in una tournée di prese di posizione dettate dal tempo che passa più che dal credo che resta.
Un mondo in cui non di rado c’è chi si erge a “paladino” di una giustizia vana, sbandierata in nome di un’ideologia vuota, che segue canoni dettati da mode e convinzioni del “momento”, spesso avulse dalla realtà concreta, vissuta, sofferta. Una giustizia urlata più che compresa, rivendicata più per appartenenza che per verità.
Eppure, per fortuna, non sempre è così. Ed ecco la smentita che ognuno di noi vorrebbe sentire, e che invece, questa volta, c’è davvero.
Questo avrà pensato Emanuele Marroccella quando, dall’altro capo della cornetta, ha capito chi stava chiamando. Senza conoscere personalmente nessun Guido, si ritrova a parlare con il Ministro Crosetto. Una telefonata inattesa, umana, reale, non pubblicizzata dai canali ufficiali.
Il Ministro della Difesa chiama Emanuele, carabiniere accusato di eccesso colposo nell’uso delle armi e condannato a tre anni di reclusione.
Questo avranno pensato anche tutti coloro che indossano un’uniforme e portano dentro di sé il peso e l’onore di un giuramento. Un raggio di sole in giornate cupe, quando, da soli, il proprio credo sembra non bastare più.
La condanna riguarda una vicenda che risale al 20 settembre 2020. Jamal Badawi si introduce illegalmente in una palazzina adibita a uffici nel quartiere EUR di Roma. Scatta l’allarme, intervengono le pattuglie. Uno dei carabinieri viene ferito dall’uomo, che riesce a fuggire nonostante l’intimazione a fermarsi. È in quel momento che Marroccella spara. Seguono accertamenti, accuse, infine una condanna.
Eppure, anche sull’orlo del baratro, può affacciarsi la speranza. Una voce calda, paterna, autenticamente vicina. Una voce che non giudica da un pulpito ideologico, ma comprende il peso delle scelte compiute in un istante che può cambiare una vita. Una voce che fa sentire meno soli, che restituisce fiducia a chi crede nello stesso giuramento, a chi condivide quel sano amore di Patria e quel rispetto per le Istituzioni che il Ministro stesso serve, nel suo ruolo.
Una voce che incarna il principio di solidarietà che rende la Difesa una grande Famiglia. Non solo nelle parole pronunciate, ma nei fatti.




